La nuova crisi europea non arriva con una sirena, una conferenza stampa drammatica o un ministro con il casco bianco in visita allo stabilimento. Arriva molto più elegantemente: chiudendo impianti chimici, uno dopo l’altro, mentre noi continuiamo a usare plastica, farmaci, vernici, detersivi, fertilizzanti e mille altre cose fingendo che nascano spontaneamente dagli scaffali.
Secondo Il Post, all’inizio del 2026 l’industria chimica europea era già in modalità “non benissimo”: produzione giù, stabilimenti chiusi e circa 20mila posti di lavoro diretti a rischio. Poi è arrivato l’ennesimo giro di costi energetici impazziti, perché evidentemente l’economia europea è una escape room dove la chiave è sempre dentro una bolletta.
Il punto è che la chimica non è un settore laterale. È l’infrastruttura invisibile del quotidiano: sta nei tessuti, nei medicinali, negli imballaggi, nei componenti industriali, nei prodotti agricoli. Se salta quella, non salta “un comparto”: salta una parte enorme del backstage materiale della vita moderna. Tipo scoprire che dietro il teatro non c’era uno staff, ma un criceto stanco che correva da solo.

I numeri raccolti da ICIS e da European Coatings, riprendendo il radar Cefic/Roland Berger, sono abbastanza sobri da risultare più inquietanti di un trailer con musica bassa: 37 milioni di tonnellate di capacità produttiva già chiuse o destinate alla chiusura, cioè circa il 9% della produzione chimica europea. Nel petrolchimico va pure peggio: le chiusure annunciate arrivano intorno al 14% della capacità.
La parte più tossica è che non si tratta solo di “domanda debole” o del solito ciclo economico che fa yoga e poi si rialza. Qui c’è una combinazione da buffet dell’ansia: energia più cara, materie prime meno convenienti, concorrenza di Stati Uniti e Cina, vincoli ambientali più severi, investimenti che evaporano e filiere integrate dove se chiude un impianto a monte, a valle iniziano a sudare tutti.
Il confronto con gli Stati Uniti è particolarmente allegro, nel senso clinico: grazie allo shale gas e al fracking, le imprese americane hanno avuto accesso a energia e materie prime molto più economiche. In Europa invece molte produzioni di base dipendono da processi più costosi e da importazioni più vulnerabili. Traduzione: loro comprano gli ingredienti al discount dell’energia, noi al minimarket dell’aeroporto.
La chimica specialistica, compresa quella farmaceutica, regge meglio in alcuni paesi come l’Italia, ma non vive in una bolla profumata di laboratorio. Se l’energia pesa sempre di più, se i precursori costano, se la filiera europea si assottiglia, anche i pezzi più sofisticati cominciano a sentire il pavimento che vibra. Il capitalismo adora chiamarle “catene del valore” finché una maglia non salta, poi diventano improvvisamente “criticità strategiche”. Carino.
La domanda vera quindi non è se ci piacciono gli impianti chimici. Nessuno ha mai detto: “che tramonto romantico, guarda quel cracker di etilene”. La domanda è se l’Europa vuole ancora produrre le basi materiali della propria economia o limitarsi a importarle, con grande eleganza morale e dipendenza crescente. Perché la deindustrializzazione fa molto poco rumore all’inizio. Poi un giorno ti accorgi che il rumore era sparito perché la fabbrica era già spenta.
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