C'è una frase che circola tra i corridoi di Palazzo Chigi in queste ore, e suona più o meno così: "Non tutto, ma molto potrebbe fermarsi." Non è l'incipit di un romanzo distopico. È il ministro della Difesa Guido Crosetto, intervistato dal Corriere della Sera, che spiega con la delicatezza di un martello pneumatico cosa potrebbe succedere all'Italia entro maggio se lo Stretto di Hormuz non si riapre stabilmente.
Spoiler: lo Stretto si è riaperto, ma per due settimane. Forse. Se tutto va bene. Se Netanyahu non fa il Netanyahu.
La tregua che non è una pace
Partiamo dai fatti. Il 6 aprile, dopo settimane di escalation tra Stati Uniti, Israele e Iran — con Teheran che aveva chiuso lo Stretto di Hormuz al transito delle petroliere, bloccando circa il 20% dell'approvvigionamento mondiale di greggio — è arrivata una tregua. Due settimane di cessate il fuoco, basate su un piano in 10 punti presentato dall'Iran e mediato dal Pakistan, che Trump ha definito "un buon punto di partenza".
I mercati hanno festeggiato come se fosse Capodanno: il Brent è crollato del 14% a 93,90 dollari al barile, il gas TTF ad Amsterdam è sceso del 19% a 43 euro/MWh, e le borse europee hanno messo a segno rialzi tra il 2,67% di Londra e il 5,42% di Tokyo. Milano ha chiuso a +3,74%, con lo spread BTP-Bund tornato sotto controllo (rendimento decennale giù a 3,67%).
Tutto molto bello. Peccato che il piano iraniano includa condizioni che definire ambiziose è un eufemismo:
- Garanzie di sicurezza permanenti — niente più attacchi, neppure da Israele
- Israele deve terminare le operazioni in Libano
- Sovranità iraniana sullo Stretto riaffermata, con un pedaggio di 2 milioni di dollari a nave
- Revoca di tutte le sanzioni primarie e secondarie
- Accettazione internazionale del diritto iraniano all'arricchimento dell'uranio
Netanyahu ha già chiarito la sua posizione con la sottigliezza che lo contraddistingue: "La tregua di due settimane non include il Libano." Traduzione: Israele continuerà a bombardare Hezbollah. Il che rende il punto 3 del piano iraniano — cessazione delle operazioni israeliane in Libano — già morto all'arrivo.
È una tregua costruita sulla sabbia. E l'Italia, nel frattempo, è già sott'acqua.
Razionamento del carburante: benvenuti nel 2026
Mentre diplomatici e generali discutevano di piani in 10 punti, la realtà bussava già alle porte degli aeroporti italiani. Il 6 aprile, Air BP Italia ha imposto il razionamento del cherosene in quattro aeroporti del Nord: Milano Linate, Bologna, Venezia e Treviso.
Priorità ai voli ambulanza, ai voli di Stato e alle tratte superiori alle tre ore. I voli a corto raggio? Massimo 2.000 litri per aeromobile. Che per un Boeing 737 o un Airbus A320 significa meno di un'ora di volo. Fate voi i conti per un Venezia-Palermo.
I gestori aeroportuali hanno minimizzato — "il problema riguarda un solo fornitore", ha detto il gruppo Save che gestisce Venezia e Treviso. Ryanair ha garantito copertura fino a fine maggio, ma ha già avvertito che le cancellazioni estive sono possibili se il conflitto continua. Lufthansa è stata più diretta: "Più lo Stretto resta bloccato, più critica diventa la sicurezza delle forniture di paraffina."
Il dettaglio che fa accapponare la pelle: l'ultima petroliera di cherosene dal Golfo Persico arriva in Europa il 9 aprile. Dopodiché, si naviga a vista. Letteralmente.
Il "lockdown energetico": la vendetta del condizionatore
Ma il razionamento aeroportuale è solo l'antipasto. Il piatto forte è il piano di emergenza energetica che il governo sta preparando per maggio, qualora la tregua non si trasformi in pace duratura. Le misure allo studio, riportate da Open e confermate da Tgcom24:
- Condizionatori: un grado in meno o un'ora in meno di utilizzo
- Trasporti: targhe alterne
- Illuminazione: taglio per edifici pubblici, monumenti, luoghi pubblici
- Industria: rimodulazione delle filiere energivore (acciaio, meccanica)
- Carbone: massimizzazione della produzione delle centrali a carbone
- Smart working: estensione su modello Covid per i dipendenti pubblici
I magazzini di gas sono al 44%, sopra la media europea. Il problema non è lo stock, ma il flusso: entro tre settimane, le forniture in arrivo rallenteranno drasticamente.
C'è un'ironia quasi letteraria in tutto questo. Ricordate quando Mario Draghi disse "Volete la pace o il condizionatore?" Ecco, Il Foglio ha aggiornato la formula per il 2026: "Volete Trump o il lampione acceso?"
Perché sì, la crisi è stata provocata da quella guerra all'Iran lanciata dal presidente che Giorgia Meloni chiama amico. E le misure che il suo governo sta per adottare sono straordinariamente simili a quelle che criticava quando era all'opposizione durante la crisi del 2022.
Sigonella: quando dire no a Washington diventa obbligatorio
In mezzo a questa tempesta perfetta, c'è un episodio che merita attenzione. Il 31 marzo, l'Italia ha negato ai bombardieri americani il permesso di atterrare alla base di Sigonella, in Sicilia, per rifornirsi prima di proseguire verso il Medio Oriente nell'ambito dell'Operation Epic Fury.
Il motivo formale? Washington aveva inserito Sigonella come scalo tecnico senza chiedere autorizzazione preventiva, con gli aerei già in volo. Il Capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Luciano Portolano, ha informato il ministro Crosetto che nessuna richiesta era pervenuta attraverso i canali ufficiali. La decisione di bloccare gli aerei è stata definita "non discrezionale ma obbligatoria".
Gli accordi bilaterali Italia-USA (SOFA NATO, accordo infrastrutturale del 1954, memorandum del 1995) distinguono chiaramente tra attività automaticamente autorizzate e quelle che richiedono il via libera del governo — e potenzialmente del Parlamento. Usare una base italiana come trampolino per bombardare l'Iran rientra decisamente nella seconda categoria.
Meloni, intervenendo al Senato l'11 marzo, era stata inequivocabile: "Non siamo in guerra e non vogliamo entrare in guerra."
La decisione ha un precedente storico pesante: la crisi di Sigonella del 1985, quando gli americani forzarono un aereo egiziano con i sequestratori dell'Achille Lauro ad atterrare in Sicilia senza autorizzazione completa, e una cinquantina di carabinieri si trovò faccia a faccia con gli operatori della Delta Force. Servì l'intervento diretto di Craxi e Reagan per risolvere lo stallo.
L'Italia si è allineata alla Spagna, che ha chiuso lo spazio aereo ai voli militari americani diretti in Iran. L'effetto combinato è devastante per la logistica USA: profili di missione allungati del 25-35%, consumo di carburante aumentato del 20-30%, necessità di tanker aerei incrementata del 30-50%. Gli americani sono costretti a passare dal Regno Unito — molto, molto più lontano.
Salvini e il gas russo: il ritorno del rimosso
In tutto questo, il vicepremier Matteo Salvini riesce nella non facile impresa di essere contemporaneamente protagonista di tre notizie diverse. Primo: dichiara che l'Italia non invierà navi a pattugliare lo Stretto di Hormuz senza mandato ONU. Secondo: il suo partito, la Lega, chiede di ripristinare gli acquisti di gas russo, tagliati dopo l'invasione dell'Ucraina nel 2022. Terzo: fa retromarcia sulla stessa proposta, ammettendo che non è fattibile finché continua la guerra in Ucraina.
"Spero che presto arriverà il momento in cui sarà possibile parlare di ricostruzione e cooperazione, incluse partnership ed energia, una volta terminato il conflitto con la Russia." — Matteo Salvini
La tentazione russa è comprensibile dal punto di vista energetico — l'Italia ha bisogno di gas come l'aria — ma politicamente è radioattiva. Salvini, con il fiuto che lo contraddistingue, è riuscito a lanciare il sasso e nascondere la mano nel giro di 48 ore.
Il quadro d'insieme: l'Europa al bivio
Allarghiamo lo sguardo. La chiusura di Hormuz ha colpito tutta l'Europa, ma l'Italia — importatore netto di energia per eccellenza — è tra i paesi più esposti. Il commissario europeo al Commercio Dombrovskis ha avvertito del rischio di stagflazione: un taglio dello 0,4% alla crescita UE nel 2026, con l'inflazione in aumento di un punto percentuale.
La tregua di due settimane è un cerotto su una ferita aperta. Se salta — e le probabilità non sono trascurabili, visto che Netanyahu ha escluso il Libano e l'Iran chiede la fine di tutte le sanzioni — il lockdown energetico italiano passa da ipotesi a certezza. E questa volta non ci sarà un Draghi a gestire la crisi, ma un governo che deve fare i conti con le conseguenze della politica estera del suo principale alleato internazionale.
Il paradosso finale è quasi poetico: l'Italia che nega le basi militari a Trump è la stessa Italia che potrebbe dover spegnere i lampioni per colpa della guerra di Trump. Meloni, che ha costruito la sua politica estera sull'asse privilegiato con Washington, si ritrova a dover dire no all'America per non essere complice, mentre subisce le conseguenze economiche di una guerra che non ha voluto.
Volete Trump o il lampione acceso? A quanto pare, non si possono avere entrambi.
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