C'è questo momento, prima di mangiare, in cui diventiamo tutti fisici dilettanti. Cucchiaio pieno, lo portiamo davanti alla bocca, e giù: soffiamo. Un gesto che non abbiamo mai deciso di imparare. Non esiste il giorno in cui qualcuno ci ha spiegato la termodinamica del brodo. L'abbiamo visto fare, l'abbiamo copiato, punto.
Poi però ci pensi. Il tuo fiato esce a trentasette gradi. È aria calda. È la stessa temperatura per cui a luglio ti lamenti, accendi il condizionatore, maledici l'umidità. E quella nuvoletta tiepida che ti esce dai polmoni la usi come arma contro una minestra bollente. Convinto. Sicuro di te. Come se dai polmoni ti uscisse un condizionatore portatile e non l'esatto contrario.
La cosa assurda è che funziona. Non perché il fiato sia freddo — non lo è — ma perché sposta l'aria, porta via il vapore, asciuga un po' di superficie. Dettagli. A noi il come non interessa: ci interessa il gesto, la fiducia cieca in un rituale che sfida la logica e vince lo stesso. E la parte migliore è d'inverno, quando lo stesso identico fiato lo usiamo per scaldarci le mani. Aria calda per raffreddare, aria calda per scaldare. Decidiamo noi cosa fa, a seconda di cosa ci serve. Geniale. O forse solo comodo.

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Moderazione umana, firma anonima accettata. Per favore, niente insulti né maiuscole compulsive.
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