C'è una notizia che oggi non leggerete — o almeno, non l'avreste letta se il tuo quotidiano preferito fosse stato aggiornato. I giornalisti italiani sono in sciopero. Di nuovo. Per la terza volta in pochi mesi. E stavolta hanno persino convinto ANSA a sbattere in homepage un banner gigante in stile "ci stiamo rifiutando di lavorare, arrangiatevi con X".
La rivendicazione è di quelle da far venire l'orticaria a un laureato in Economia: il contratto nazionale di lavoro FIEG-FNSI — quello che regola la vita dei giornalisti italiani, compresi quelli della Rai — è scaduto nel 2016. Dieci anni. Una generazione TikTok fa. Quando l'ultimo rinnovo è stato firmato, Matteo Renzi era premier, Trump non era ancora presidente (la prima volta), e nessuno sapeva cosa fosse un'AI generativa.

Il paradosso perfetto
Il sindacato Usigrai lo dice senza giri di parole: "migliaia di colleghi precari hanno redditi sotto la soglia di povertà e da anni attendono la determinazione dell'equo compenso". Traduzione: chi ti racconta la povertà degli altri, spesso è povero quanto loro. Solo che non può scriverlo sul pezzo perché è freelance a 15 euro a articolo e deve stare simpatico al caporedattore.
Poi c'è l'altro sindacato, Unirai-Figec, che praticamente dice la stessa cosa ma con parole diverse — perché in Italia siamo talmente bravi che abbiamo sindacati diversi per la stessa categoria che scioperano lo stesso giorno senza coordinarsi. Cit.: "Non c'è libertà senza un contratto forte". Elegante. Vero. Completamente ignorato da chi dovrebbe firmarlo.
Il contratto integrativo Rai? Fermo da 12 anni
Ma il capolavoro è un altro: il contratto integrativo Rai è scaduto da dodici anni. Dodici. Nel 2014 Renzi stava ancora decidendo se fare le primarie, il Jobs Act era in gestazione, e Saviano su Twitter litigava ancora gratis. Da allora, in Rai, nulla. Nuova sede nuova, nuovi talent show, nuovi direttori, nuovi tagli, nuovi precari — stesso integrativo del 2014.
Il motivo? Chiedete agli editori. Che intanto licenziano, tagliano cronache locali, fondono testate, investono in podcast "immersivi" ma non riescono a trovare il coraggio di alzare le retribuzioni di chi tiene in piedi l'intero baraccone. Le aziende editoriali italiane sono le uniche al mondo dove il taglio dei costi si fa sempre sui contenuti, mai sui manager.
E il futuro? Chiediamolo a ChatGPT
Il timing è quasi comico. Nello stesso mese in cui 1400 star di Hollywood si ribellano alla mega-fusione Warner-Paramount, in cui OpenAI e Anthropic vengono finanziate dal Pentagono per l'AI militare, e in cui l'Europa investe miliardi nel quantum computing, in Italia i professionisti che dovrebbero raccontare queste rivoluzioni lottano per un contratto del 2016.
Non è solo una questione sindacale: è il sintomo di un Paese che ha deciso di non pagare chi racconta il mondo, salvo poi stupirsi se il dibattito pubblico lo fanno gli influencer, i bot e gli statisti da bar di Twitter. Meritocrazia? Certo, subito dopo il rinnovo. Che arriva tra dieci anni, forse.
Intanto, oggi, se cercate una notizia fresca sulla vostra testata preferita, troverete un banner tipo "sito non aggiornato per sciopero". E sotto, se siete fortunati, qualche pezzo di agenzia riciclato. Benvenuti nell'informazione italiana del 2026: gratis da leggere, gratis da produrre, a quanto pare.

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