Se vi fosse sfuggito il sottotitolo della nuova stagione geopolitica, eccolo: il vicepresidente americano che vola a Budapest tre giorni prima delle elezioni per fare campagna elettorale per l'autocrate locale. JD Vance ha praticamente trasformato un comizio di Fidesz in un rally Trump-Orban, completo di inno americano e telefonata in diretta col padrone di Mar-a-Lago. La democrazia, nel frattempo, aspetta fuori.
La scena è stata degna di un copione teatrale: Vance sul palco accanto a Orban, l'inno americano ad aprire il comizio, e poi — colpo di scena — la telefonata a Trump dal palco. Al secondo tentativo ci è riuscito, perché ovviamente la prima volta non ha risposto. Trump ha dichiarato che Orban ha fatto "un fantastic job", che suona esattamente come un endorsement via vivavoce in un rally di provincia. Orban, da parte sua, ha risposto con un gesto che diceva più di mille discorsi: ha scacciato la mano e alzato le sopracciglia quando Vance ha predetto la sua vittoria. Come a dire: "Grazzze, ma non ne sono così sicuro".
E c'è da capirlo. I sondaggi indipendenti — quei sondaggi che Orban ha contribuito a rendere rari e complicati — dicono che Peter Magyar e il suo partito Tisza sono in vantaggio. Dopo 16 anni di governi Orban, l'elettorato ungherese sembra pronto per un cambio. Ma la campagna di Vance non è stata un'ingerenza qualsiasi: è stata un'ingerenza annunciata, rivendicata, brandita come virtù.
La logica orwelliana: l'UE come "interferenza"
Vance ha accusato l'Unione Europea di essere "il peggior esempio di interferenza elettorale" che abbia mai visto. La frase, nella sua ironia involontaria, è straordinaria: il vicepresidente americano che fa campagna per un leader straniero accusa l'UE di interferire nelle elezioni di quello stesso paese.È come se un ladro chiamasse la polizia perché qualcuno sta rubando nella sua stessa casa.
Le accuse però non si fermano all'UE. Vance ha anche puntato il dito contro i "servizi segreti ucraini" che starebbero cercando di influenzare le elezioni ungheresi — senza fornire alcuna prova. Una mossa che ricorda da vicino le tattiche di disinformazione russe: accusa senza prove, negazione plausibile, confusione catalizzata.
L'Orban-verse: il modello che Trump vuole esportare
Il vero significato della visita di Vance va oltre le elezioni ungheresi. L'"illiberal democracy" di Orban è da anni il modello di riferimento per l'ala trumpista del conservatorismo americano: controllo dei media, attacco alle università, ostilità verso le ONG, retorica anti-immigrazione, disprezzo per le norme liberali. Orban è stato il primo leader europeo a endorsements Trump nel 2016, e Trump lo ha ricambiato definendolo "un leader forte". GFF — Great Friends Forever.
E poi c'è il quadro più ampio: Trump che minaccia di ritirarsi dalla NATO, Vance che al Security Conference di Monaco del 2025 accusa l'Europa di censura, e ora questa visita a Budapest. Il messaggio è chiaro: le democrazie liberali sono il problema, gli autocrati sono la soluzione. O almeno, questa è la narrazione che Vance sta cercando di vendere, a Budapest come a Washington.
La risposta dell'UE e lo scudo energetico
La Commissione Europea ha risposto con diplomazia ma fermezza: le elezioni sono "scelta esclusiva dei cittadini" e tornare al gas russo sarebbe un "errore strategico". Il sottinteso è chiaro — Orban è l'unico leader dell'UE che continua a fare affari calorosamente con Mosca, bloccando persino un prestito UE di €90 miliardi per l'Ucraina e dichiarando che l'Ucraina non potrà mai entrare nell'UE.
Nel frattempo, Peter Magyar — il sfidante che promette di riallineare l'Ungheria con l'Europa — ha scritto su X: "Questa è la nostra nazione. La storia ungherese non si scrive a Washington, Mosca o Bruxelles — si scrive nelle strade e nelle piazze dell'Ungheria." Una frase che, nella sua semplicità, è forse l'antidoto più potente alla retorica di Vance.
Le elezioni ungheresi si terranno domenica 12 aprile. E qualsiasi sia il risultato, una cosa è certa: la visita di Vance ha dimostrato che quando si tratta di ingerirsi nelle elezioni altrui, gli Stati Uniti di Trump considerano la cosa non solo accettabile — ma moralmente necessaria.

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