Mentre l'Italia si preoccupa del prezzo della benzina e l'America litiga con l'Iran, la Gran Bretagna ha deciso di fare sul serio con i colossi tech. E quando diciamo "sul serio", intendiamo proprio: carcere. Per i CEO. Personalmente.
Il governo britannico ha annunciato venerdì che i dirigenti delle piattaforme social potranno essere arrestati e incarcerati se le loro aziende non rimuovono immagini intime non consensuali entro 48 ore dalla segnalazione. Non una multa. Non una letterina. Proprio le manette. L'emendamento al Crime and Policing Bill sarà discusso in parlamento la prossima settimana.
"Troppi donne hanno subito la sofferenza di vedere immagini intime condivise online senza il loro consenso", ha dichiarato il ministro per la sicurezza online Kanishka Narayan. "Questo non è un requisito opzionale, è un dovere che ogni leader tech deve prendere sul serio." Tradotto dal politichese: o cancellate quelle foto, o vi veniamo a prendere.
Le piattaforme che non si adeguano rischiano già multe fino al 10% del fatturato globale o il blocco totale del servizio nel Regno Unito. Ma evidentemente non bastava, perché la realtà è che le vittime — nella stragrande maggioranza donne — continuano a lottare per far rimuovere le loro immagini anche quando è già illegale condividerle.
E non è solo Londra a muoversi. Dall'altra parte dell'Atlantico, la Corte Suprema del Massachusetts ha appena stabilito che Meta dovrà affrontare un processo per aver deliberatamente progettato Instagram in modo da creare dipendenza nei minori. È la prima volta che un tribunale statale superiore americano decide che la famosa Sezione 230 — lo scudo legale che protegge le aziende tech dai contenuti degli utenti — non copre le accuse di design intenzionalmente dannoso.
Il procuratore generale del Massachusetts, Andrea Joy Campbell, ha definito la sentenza "un passo fondamentale per tenere queste aziende responsabili delle pratiche che hanno alimentato la crisi di salute mentale giovanile". Meta, ovviamente, "non è d'accordo" e continua a parlare del suo "impegno a supportare i giovani". Lo stesso impegno che ha già portato a una condanna da 6 milioni di dollari a Los Angeles il mese scorso e a 375 milioni nel New Mexico per sfruttamento sessuale minorile.
Il quadro è chiaro: da Londra a Boston, la pacchia è finita per Big Tech. Dopo anni in cui le piattaforme hanno fatto quello che volevano nascondendosi dietro la "libertà di espressione" e gli "algoritmi neutrali", i governi stanno scoprendo che sì, si può fare qualcosa. E che forse minacciare il carcere funziona meglio di una multa che per Meta equivale a spiccioli nel divano.
L'Australia ha già vietato i social agli under 16. Il Regno Unito ci sta pensando. L'Europa discute regole più strette per OpenAI sotto il Digital Services Act. Siamo all'inizio di una rivoluzione regolatoria globale — e stavolta, per la prima volta, i dirigenti ci mettono la faccia. Letteralmente.

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