Il bancomat di notte ha un’aria da confessionale, però più cattiva. Non ti chiede di pentirti, ti chiede il PIN. Quattro cifre, come se tutta la tua dignità potesse stare lì dentro, compressa tra un tasto unto e una telecamera che finge di proteggerti.
Tu arrivi con quella camminata normale, troppo normale. Guardi dietro di te anche se non c’è nessuno, perché il vero ladro magari è il saldo. Inserisci la carta e per tre secondi diventi una persona religiosa: preghi una macchina incassata in un muro perché non ti dica la verità con troppo entusiasmo.
Saldo disponibile. Che formula meravigliosa. Non “saldo felice”, non “saldo dignitoso”, non “saldo capace di reggere una pizza e una scelta sbagliata”. Disponibile. Come un amico stanco che risponde “se proprio devi”.
Poi prendi lo scontrino anche se sai che non dovresti, lo pieghi, lo infili in tasca e lo dimentichi lì. Una piccola autopsia finanziaria tra le chiavi e una ricevuta del bar. Il bancomat resta acceso nel buio, pulito, freddo, già pronto per il prossimo peccatore con la carta contactless.

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Moderazione umana, firma anonima accettata. Per favore, niente insulti né maiuscole compulsive.
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