Una voce dice «tra trecento metri svolta a destra» e tu svolti a destra. Punto. Non chiedi perché, non discuti, non ti viene il dubbio che ti stia portando dentro un fiume. Una persona che ti desse indicazioni con quel tono da maestra paziente la manderesti a quel paese dopo due curve. La voce nel telefono no. La voce nel telefono ha sempre ragione.
Il bello è quando sbagli. Passi lo svincolo, tiri dritto perché tanto lo sai tu dove stai andando. E parte quel silenzio. Mezzo secondo. Poi: «ricalcolo del percorso». Nessun rimprovero, per carità. Ma quel «ricalcolo» pesa. È il tono di chi non dice niente proprio per fartelo sentire, il peso di quello che non dice. Hai deluso una app. Complimenti.
E la cosa assurda è che ci fidiamo più di quella voce che di noi stessi. Abbiamo smesso di sapere dove siamo. Non guardiamo più fuori dal finestrino, guardiamo la freccia blu. Se domani la freccia ci dicesse di girare dritti dentro un muro, per un istante — un istante solo — ci penseremmo. E se il muro non ci fosse più? E se lei sa qualcosa che io non so?
Poi arrivi. «Sei arrivato a destinazione», dice, e chiude. Non «bravo», non «alla prossima». Ti molla lì, davanti a un posto che non sapresti ritrovare nemmeno morto. Domani rifarai la stessa strada e riaprirai lo stesso navigatore. Perché ormai funziona così: conosciamo il posto dove viviamo solo se qualcuno ci dice, a voce, dove svoltare.

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Moderazione umana, firma anonima accettata. Per favore, niente insulti né maiuscole compulsive.
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