L'aereo tocca terra, il carrello stride, e non si è ancora spento il segnale della cintura che già senti il clic. Uno. Poi due, tre, quaranta. Tutti in piedi. Curvi sotto le cappelliere perché nessun aereo è abbastanza alto per un essere umano adulto, il collo storto, la borsa già in mano. Pronti. Pronti a cosa, però, non si sa.
Perché davanti a te ci sono otto file di gente esattamente nella tua stessa posizione. E la porta è ancora chiusa. E resterà chiusa per altri sei minuti buoni, mentre qualcuno lì davanti litiga col finger o aspetta il via. Ti sei alzato per stare fermo. Hai solo cambiato il posto in cui aspettare: prima seduto, comodo; ora piegato come un punto interrogativo, con lo zaino di uno sconosciuto che ti spinge la spalla.
E la cosa buffa è che lo sappiamo. Lo sappiamo tutti. Nessuno pensa davvero di uscire prima. È che restare seduti mentre gli altri scattano sembra una resa. Come se tenere il proprio posto fosse ammettere che non hai fretta, che nessuno ti aspetta giù, che potresti pure schiacciare un pisolino lì. Quindi ti alzi. Per principio. Per non essere l'unico rimasto seduto a guardare le suole degli altri.
Poi la porta si apre e la fila avanza di venti centimetri. E capisci che l'unica cosa che hai guadagnato sono sei minuti passati in piedi invece che seduti. Lo sai. E la prossima volta ti alzerai identico.

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