Diciamocelo: c'è qualcosa di profondamente comico nel sentire imprenditori e talk show ripetere in coro che «i giovani non hanno voglia di lavorare», mentre gli stessi offrono turni da dodici ore, contratti che scadono prima dello yogurt e stipendi con cui a malapena paghi l'affitto di una stanza a Milano. Poi si stupiscono che nessuno risponda all'annuncio.
I numeri, però, ci sono davvero — e sono seri. Secondo il Sistema Informativo Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro, a settembre 2026 le imprese italiane hanno programmato 565mila assunzioni. Il problema? In oltre il 44% dei casi giurano di non riuscire a trovare la persona giusta. Un posto su due, praticamente, resta appeso.
Il "mismatch", ovvero il buco tra domanda e offerta
La parola magica è mismatch: la domanda e l'offerta di lavoro che si guardano da due marciapiedi opposti senza mai attraversare. Il Terzo Rapporto del CNEL (con Unioncamere, Istat e il Centro Studi Tagliacarne) lo certifica nero su bianco: nel primo semestre 2026, su quasi 2,9 milioni di assunzioni programmate, il 44,8% è risultato difficile da coprire.
E dove mancano di più? Nei mestieri che nessuno vuole vendere ai propri figli come "il sogno":
- Edilizia: 59,8% di posti introvabili
- Legno e mobili: 59,6%
- Metalmeccanica ed elettronica: 55%
- Informatica e telecomunicazioni: 50,6%
Il paradosso: milioni di persone ferme in panchina
Qui arriva la parte che manda in cortocircuito il ragionamento del «non c'è nessuno». Perché le persone ci sono, eccome. Il CNEL parla di un enorme bacino di «forze di lavoro potenziali»: gente disponibile ma che ha smesso di cercare attivamente. E poi c'è la voragine degli inattivi, dove le donne sono quasi 15 milioni — circa 5 milioni in più degli uomini — spesso schiacciate dal carico di cura familiare che lo Stato continua a fingere di non vedere.
Tradotto: non è che manchino le braccia. È che le braccia hanno fatto due conti e hanno deciso che spaccarsi la schiena per una paga da fame, magari lontano da casa e con un contratto stagionale, non è esattamente l'affare del secolo.
La verità che nessuno vuole dire ad alta voce
Lo stesso rapporto lo ammette tra le righe, elencando le cause del mismatch: bassa attrattività di certe professioni, condizioni di lavoro instabili, scarsa mobilità, difficoltà a trattenere i lavoratori. Che poi, in italiano vero, significa: paghe basse, orari assurdi e zero prospettive. Persino il presidente del CNEL Renato Brunetta ha dovuto ammettere che l'Italia soffre «non solo di un deficit di competenze, ma di una grave difficoltà a far incontrare le opportunità delle imprese con i lavoratori disponibili».
C'è pure il dettaglio più cinico di tutti: molte di quelle assunzioni non creano nuovi posti, sostituiscono chi scappa. Tra i metalmeccanici specializzati, nel 2025, a 65.775 entrate hanno risposto 64.089 uscite. Una porta girevole: entra uno, ne esce un altro. Non è un mercato che cresce, è un mercato che perde acqua da tutte le parti.
Quindi la prossima volta che qualcuno al bar sentenzia che «questi ragazzi non hanno voglia di far niente», chiedigli quanto pagherebbe lui per fare quel lavoro. La voglia di lavorare, di solito, torna miracolosamente quando torna anche uno stipendio decente.
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