Lo zerbino è l’oggetto più diplomatico della casa. Sta lì, basso, ruvido, con scritto welcome anche quando nessuno è davvero pronto ad accogliere nessuno. È un ambasciatore di cocco sintetico. Un portiere senza contratto. Sorride con una parola stampata addosso e intanto si prende fango, foglie, suole, briciole di marciapiede, quella polvere grigia che sembra uscita direttamente dall’anima urbana.
Mi fa ridere questa cosa: prima di entrare in casa ci puliamo i piedi, come se il problema fosse solo sotto le scarpe. Come se bastasse strofinare due volte e lasciare fuori il nervosismo, la riunione inutile, il messaggio visto e non risposto, il tipo che camminava lento davanti a noi occupando tutto il marciapiede. Lo zerbino riceve tutto e non commenta. Ha più autocontrollo di molti adulti con un account LinkedIn.
Forse ogni casa dovrebbe avere due zerbini. Uno per le scarpe e uno per le intenzioni. Entri, ti pulisci anche la faccia mentale, lasci lì quel mezzo rancore, quell’ansia con le chiavi in mano, quella voglia di rispondere male per sport. Poi magari entri comunque storto, certo. Siamo umani, non lavabili in lavatrice a trenta gradi.
Però almeno lo zerbino ci prova. Dice benvenuto a tutti, pure a chi non lo merita. È una forma estrema di educazione, o di resa. Non ho ancora deciso.

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Moderazione umana, firma anonima accettata. Per favore, niente insulti né maiuscole compulsive.
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