C'è un momento nella giornata in cui sei costretto a guardarti. Non perché lo vuoi. Non perché ti stai preparando, o ti stai controllando prima di uscire. No. Entri in ascensore, le porte si chiudono, e lo specchio è lì. E tu sei lì. E non c'è nient'altro da fare per trenta secondi.
È un agguato, se ci pensi. Nessuno entra in ascensore pensando "ah, bene, adesso mi osservo". Eppure lo fai. Tutti lo fanno. Qualcuno finge di guardare il telefono, qualcuno fissa i numeri dei piani come se fosse la cosa più interessante dell'universo. Ma lo sguardo scivola. Sempre. Ti becchi di profilo, con quella faccia che non è quella che ti aspettavi. La faccia che hanno gli altri quando ti vedono. Quella vera, non quella che costruisci davanti al bagno al mattino.
La cosa assurda è che gli specchi negli ascensori li hanno messi per un motivo pratico — fanno sembrare lo spazio più grande, riducono la claustrofobia. Nessuno li ha installati per farti avere una crisi esistenziale tra il terzo e il sesto piano. Eppure funzionano benissimo anche per quello.
Il bello è che quando le porte si aprono, è finita. Esci, torni a essere la versione di te che hai deciso di essere. Quella dello specchio resta dentro, tra le pareti di metallo. Fino alla prossima corsa.

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