La stampante non si rompe mai davvero. Sarebbe troppo onesto. Preferisce entrare in quella zona grigia dove è accesa, respira, lampeggia, fa un rumorino di gola e poi ti guarda. Tu premi “stampa” e lei prende tempo, come certi messaggi lasciati in visualizzato da persone che hanno letto benissimo.
Il bello è che noi continuiamo a trattarla come un oggetto. Una scatola. Plastica, toner, vassoio A4. Invece è una piccola divinità d’ufficio, vendicativa e sindacalizzata, che decide quando il documento merita di esistere nel mondo fisico. Il PDF dentro al computer è sereno. Appena chiede un corpo, comincia la burocrazia.
Carta inceppata, dice. Dove? Non importa. Da qualche parte. Dentro. Nel luogo morale in cui si inceppano anche le telefonate con l’assistenza clienti, le password scadute e le promesse fatte alle 9 del mattino.
Forse la stampante ci irrita perché non finge di essere fluida. È lenta, capricciosa, piena di sportellini inutili. Una tecnologia che non ha mai imparato a sorridere. E in fondo la odiamo perché ci somiglia quando qualcuno ci chiede di funzionare subito.

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