C'è questa cosa che mi manda fuori di testa. La scala mobile è ferma. Guasta, spenta, transennata a metà con quel cartello stanco. E tu lo vedi benissimo. Lo leggi pure. È diventata, a tutti gli effetti, una scala. Normalissima. Punto. Eppure metti il piede sul primo gradino e per mezzo secondo il corpo va in tilt, aspetta una spinta che non arriva, fa una specie di inciampo al contrario. Un singhiozzo.
E la cosa assurda è proprio questa: è una scala. Una scala. La conosci da quando hai due anni. Ma il tuo cervello quel posto l'ha archiviato come roba che si muove da sola, e quando smette di muoversi si offende. Non si fida dei tuoi occhi, si fida dell'abitudine. Tra l'altro gli scienziati gli hanno pure dato un nome, il fenomeno della scala mobile rotta, ed è bello sapere che da qualche parte dei ricercatori adulti sono inciampati su uno scalino fermo e si sono detti: ok, mettiamoci a studiarlo.
Mi piace perché è la prova che andiamo in giro col pilota automatico molto più di quanto ammettiamo. Non guardiamo le cose. Guardiamo il ricordo delle cose. La scala ferma è solo l'istante in cui il trucco si scopre, e per un secondo lo vedi pure tu.
Poi sali, ovvio. Come tutti. E alla prossima scala spenta inciamperai di nuovo, identico. Perché saperlo non serve a niente.

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