La forchetta piccola è una cosa seria, infatti nessuno la prende sul serio. Sta lì, accanto alle altre, con quell’aria da stagista della tavola. Non taglia, non impone, non minaccia. Serve al dolce, forse alla frutta, forse a quel momento in cui gli adulti fingono che esista ancora un ordine naturale delle cose.
Mi fa ridere che abbiamo dato un grado militare anche alle posate. La forchetta normale lavora. Il coltello decide. Il cucchiaio consola. La forchetta piccola invece aspetta il suo turno come una persona educata in un ufficio pubblico: inutile ma presente, pronta a essere usata male da chiunque abbia fretta.
E forse è questo il punto. Noi non vogliamo solo mangiare, vogliamo sentirci competenti mentre lo facciamo. Vogliamo sapere quale ferro prendere, quale bicchiere non toccare, quale gesto ci salva dalla vergogna. Poi arriva uno, prende la forchetta piccola per l’insalata, e il mondo non esplode. Peccato. Sarebbe stato almeno coerente.

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