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Cultura

La cultura stacca la spina: pure le statue scioperano

Per la prima volta in oltre 50 anni musei, biblioteche, teatri e archivi si fermano insieme: lo sciopero generale della cultura denuncia salari da fame, precarietà ed esternalizzazioni. Il messaggio? Non c'è eccellenza se chi la cura non arriva a fine mese.

C'è una categoria molto specifica di ipocrisia nazionale: quella per cui l'Italia si presenta al mondo come superpotenza culturale — musei, Colosseo, Uffizi, "il Paese più bello del mondo" — salvo poi pagare due spicci a chi quei tesori li tiene letteralmente aperti. Oggi, venerdì 12 giugno 2026, quella gente ha deciso di smettere di fare finta di niente. E ha incrociato le braccia.

È il primo sciopero generale unitario del settore cultura da oltre cinquant'anni. Per la prima volta dopo decenni si fermano insieme musei, biblioteche, archivi, parchi archeologici, complessi monumentali, teatri, fondazioni lirico-sinfoniche e spettacolo dal vivo. Tradotto: per un giorno la "vetrina del Paese" ha messo il cartello chiuso.

Locandina dello sciopero generale della cultura del 12 giugno 2026
La locandina ufficiale della mobilitazione del 12 giugno.

Chi è che tiene su la baracca

Dietro ogni biglietto strappato e ogni teca illuminata c'è un esercito invisibile: custodi, archivisti, bibliotecari, tecnici di palcoscenico, ricercatori, addetti ai servizi educativi, operatori culturali, personale in appalto, freelance dell'editoria e della comunicazione. Mestieri diversissimi, uniti dalla stessa, identica fragilità: precarietà strutturale, contratti frammentati, salari da fame ed esternalizzazioni a raffica.

A indire lo stop sono FP CGIL, Nidil CGIL, CUB, ADL Cobas, Cobas Lavoro Privato, CLAP e USI-CTS, insieme a una rete di collettivi e associazioni. Tra questi c'è Mi Riconosci?, il movimento che dal 2015 si sbatte per dare dignità al lavoro culturale e che un anno e mezzo fa ha lanciato l'appello a questa mobilitazione. La loro frase-manifesto è una stilettata che andrebbe incorniciata in ogni ministero: «Non c'è eccellenza se i lavoratori faticano ad arrivare alla fine del mese o sono costretti a cambiare settore per mangiare».

Busti antichi esposti in un museo archeologico
La "vetrina del Paese": bellissima da fuori, sottopagata da dentro.

Il paradosso della scatola vuota

Il punto è tutto qui, e fa quasi ridere se non facesse arrabbiare: lo Stato ti riempie di retorica sulla bellezza, l'orgoglio e le eccellenze, mentre chi quella bellezza la cura ogni giorno viene trattato come merce di scambio. "Affinché la cultura non sia solo una scatola vuota utile alla propaganda e allo sfruttamento turistico", scrivono i promotori, "ma torni a essere un servizio alla cittadinanza, un bene comune".

C'è pure un dettaglio quasi beffardo: scioperare nei beni culturali è difficilissimo. Dal 2015 il settore è stato infilato tra i "servizi pubblici essenziali" che non si possono interrompere, e il diritto di sciopero è stato limitato per decreto — usando come pretesto, all'epoca, una banale assemblea sindacale preavvisata. Undici anni dopo, i lavoratori hanno trovato lo spiraglio e sono usciti tutti insieme. Si vede che la pazienza, come i fondi, era finita.

Quando pure le statue si rompono

Il simbolo perfetto della giornata è quello in copertina: una statua con tanto di lenzuolo e scritta a vernice rossa, "STATUA IN SCIOPERO". Perché se persino il marmo decide di staccare la spina, forse il messaggio è arrivato: la cultura non si regge sui depliant e sugli spot del MiC, ma su persone in carne, ossa e buste paga ridicole. A Bologna, tanto per dire, erano previsti due presidi — davanti al Teatro Arena del Sole e in piazza del Nettuno — ed è solo una delle decine di città mobilitate.

Morale: la prossima volta che entri in un museo e pensi "che meraviglia", ricordati che quella meraviglia ha un nome, un cognome e, molto probabilmente, un contratto a tempo determinato che scade prima della mostra. Oggi, almeno, hanno deciso di farsi sentire. Le statue comprese.


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