La Biennale di Venezia doveva aprirsi in modalità arte, bicchiere di bianco e frasi incomprensibili sul corpo politico dello spazio. Invece ha scelto la versione 2026 del caos culturale: padiglioni chiusi, proteste, Russia, Israele, giuria dimissionaria e il solito miracolo italiano di trasformare un’inaugurazione in un test di stress istituzionale.
La 61ª Biennale Arte, intitolata In Minor Keys, è ufficialmente il progetto concepito dalla curatrice Koyo Kouoh, scomparsa prima dell’apertura. Il sito della Biennale parla di una mostra da ascoltare “a una frequenza più bassa”, più intima e umana. Bellissimo. Poi però fuori dai comunicati stampa è arrivata la realtà, che notoriamente non sa stare zitta in sala.

Secondo ANSA, durante l’apertura ci sono state tensioni al corteo pro-Palestina vicino all’Arsenale, con circa duemila manifestanti e un tentativo di superare il cordone della polizia nei pressi del padiglione israeliano. Nello stesso clima, una ventina di padiglioni nazionali avrebbe partecipato a chiusure di protesta anti-Israele, anche se alcuni hanno poi riaperto. Traduzione: il “vernissage” è diventato una parola francese per dire “situazione operativa complessa”.

The Guardian racconta che lo sciopero organizzato da Art Not Genocide Alliance contro la presenza di Israele ha portato alla chiusura totale o parziale di diversi padiglioni: tra quelli citati, Belgio, Paesi Bassi, Austria, Giappone, Macedonia e Corea chiusi per l’intera giornata; altri come Regno Unito, Spagna, Francia, Egitto, Finlandia e Lussemburgo coinvolti in chiusure temporanee o anticipate. La cosa buffa, se si può ancora usare “buffa” senza farsi revocare il badge stampa, è che il pubblico arriva per vedere opere e trova porte chiuse con cartelli politici. Installazione site-specific, praticamente.
Il problema non è nuovo: la Biennale è sempre stata una vetrina artistica e insieme una mappa nervosa della geopolitica. Solo che nel 2026 la mappa ha deciso di prendere fuoco in preview. C’è stata la protesta di Pussy Riot contro il ritorno della Russia, il governo britannico ha fatto sapere di opporsi alla partecipazione russa, e la giuria internazionale incaricata dei Leoni si è dimessa in blocco. Per una manifestazione che dovrebbe premiare l’arte, è un piccolo dettaglio tecnico: tipo un talent show senza giudici, ma con più comunicati e meno coreografie.
In mezzo, naturalmente, ci sono le opere. Il Guardian segnala 99 paesi partecipanti, nuovi ingressi come Somalia e Qatar, padiglioni marittimi, lavori olfattivi, nudità, performance estreme e una quantità rispettabile di cose che probabilmente faranno dire a qualcuno “mio nipote lo faceva uguale” davanti a un’installazione da mezzo milione. Ma la notizia vera è che la Biennale sta mostrando quanto sia difficile continuare a fingere che l’arte possa essere un salotto neutrale mentre fuori — e dentro — ci sono guerre, boicottaggi, propaganda, accuse di artwashing e governi che contano le sedie vuote.
Il punto è questo: la Biennale non è “rovinata dalla politica”. La Biennale è politica da sempre, solo che quest’anno il filtro Instagram della diplomazia culturale si è rotto. E forse va bene così. Perché se un evento globale mette insieme nazioni, sponsor, ministri, polizia, artisti e padiglioni, poi non può scandalizzarsi quando il mondo entra dalla porta principale con un cartello in mano.
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