La Biennale di Venezia 2026 doveva essere una grande liturgia dell’arte contemporanea: padiglioni, installazioni, cataloghi pesantissimi e gente vestita di nero che dice “interessante” davanti a un oggetto che forse è una critica del tardo capitalismo, forse un appendiabiti.
Invece è diventata una specie di Eurovision con più curatori e meno lustrini. Secondo Associated Press, la 61ª Esposizione Internazionale d’Arte si apre in una delle edizioni più caotiche e contestate degli ultimi anni: la giuria si è dimessa in protesta contro la partecipazione di Israele e Russia, e quindi niente Golden Lion assegnato dai giurati. Il premio più prestigioso dell’arte contemporanea, per una volta, non viene sospeso perché “il concetto era troppo radicale”, ma perché la realtà ha bussato alla porta del padiglione con gli anfibi.
Il risultato è quasi surreale: i visitatori voteranno i migliori padiglioni nazionali e i migliori partecipanti alla mostra centrale “In Minor Keys” in stile pubblico da contest internazionale. AP la definisce apertamente una soluzione “Eurovision-style”. Traduzione: se prima l’arte contemporanea aveva già un rapporto complicato con il pubblico, ora gli consegna pure una scheda. Mancano solo i dodici punti della Svezia al padiglione più depressivo.
La miccia è chiara: la presenza di Paesi legati a guerre, accuse internazionali e indagini della Corte penale internazionale. La giuria aveva scelto una linea di protesta contro Stati sotto indagine per abusi e crimini contro l’umanità; altri, racconta AP, hanno fatto notare che a quel punto la lista delle esclusioni potrebbe allargarsi parecchio, Stati Uniti compresi. Ed ecco il problema: appena trasformi l’arte in rappresentanza nazionale, ogni quadro arriva con un passaporto, un ministero alle spalle e una valigia piena di contraddizioni.
The Guardian lo mette giù ancora più frontalmente: non è solo che la cultura sia diventata più politica, è che gli eventi culturali globalizzati sono ancora organizzati come se il mondo fosse un album Panini degli Stati-nazione. Venezia, Eurovision, Cannes: tutti vendono l’idea dell’artista che rappresenta “il suo Paese”. Peccato che nel 2026 gli artisti vivano, lavorino, fuggano, migrino, collaborino e si finanzino dentro reti molto più incasinate di una bandierina sul catalogo.
Il caso russo è uno dei nodi più rumorosi. Dopo due edizioni saltate in seguito all’invasione dell’Ucraina, il padiglione russo è riapparso nelle preview stampa, ma resterà chiuso al pubblico all’apertura generale. Il Guardian racconta che la decisione di permetterne la presenza è stata attribuita alla presidenza della Biennale e potrebbe perfino costare fondi europei per questioni etiche. Sì, anche l’arte ha la sua versione del “compliance department”, solo con pareti bianche e prose più lunghe.
Il padiglione israeliano, invece, resta aperto tra proteste e contestazioni. L’artista Belu-Simion Fainaru sostiene di essere lì come artista libero e non come emissario del governo israeliano. Posizione comprensibile, ma complicata dal fatto che i padiglioni nazionali non sono esattamente un garage indipendente su Substack: sono strutture diplomatiche, finanziate e incorniciate da Stati. Puoi dire “io rappresento me stesso”, ma il cartello fuori spesso dice altro.
In mezzo a tutto questo, c’è anche la mostra centrale curata da Koyo Kouoh, prima donna africana scelta per guidare l’esposizione principale, morta prima dell’apertura e completata da cinque co-curatori. “In Minor Keys” mette al centro voci marginalizzate, prospettive minoritarie, memoria, spiritualità, femminismo, migrazione. Cioè proprio quel tipo di discorso che dovrebbe ricordarci una cosa banale ma devastante: l’arte non è mai stata fuori dalla politica. Semplicemente, a volte facevamo finta che bastasse abbassare la voce in galleria.
La parte grottesca è che la Biennale, nata per mostrare il mondo attraverso l’arte, oggi mostra soprattutto quanto il mondo sia difficile da dividere in padiglioni ordinati. La geopolitica entra comunque: dalla porta principale, dal retro, dai comunicati stampa, dalle proteste fuori, dai finanziamenti dentro. L’idea del museo come zona neutrale è bellissima, tipo il Wi-Fi gratis che funziona davvero: un sogno, più che una infrastruttura.
Quindi sì, Venezia quest’anno rischia di parlare meno di colori, forme e materiali e più di boicottaggi, guerre, confini e responsabilità. Ma forse non è un fallimento dell’arte. Forse è il contrario: è l’arte che smette di fingere di abitare su un pianeta separato, con il parquet pulito e nessuna notifica push. La domanda non è se la politica rovini la Biennale. La domanda è quanto ci piacesse l’illusione che la Biennale potesse restarne immune.
Fonte immagine: Associated Press.
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