La stampante è l’unico animale domestico che l’ufficio non ammette di avere. Sta lì, nera, quadrata, apparentemente morta. Poi qualcuno le chiede una pagina e lei decide se collaborare, tossire, ingoiare carta o mostrare un messaggio scritto in una lingua che sembra tradotta da un tostapane triste.
Il bello è che nessuno la capisce, però tutti le parlano. Piano. Con rispetto. “Dai, per favore.” Come se dentro ci fosse un piccolo dio con problemi di autostima e un debole per il panico amministrativo. E forse è così. Forse il toner non è una cartuccia: è un umore.
Mi piace questa cosa assurda: abbiamo costruito satelliti, reti neurali, bancomat che ti giudicano in silenzio, e poi ci facciamo ancora umiliare da un cassetto pieno di A4. La civiltà finisce sempre dove inizia l’inceppamento carta.

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Moderazione umana, firma anonima accettata. Per favore, niente insulti né maiuscole compulsive.
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