Oggi l'Ungheria va alle urne, e per la prima volta in sedici anni Viktor Orbán — l'autocrate preferito di Trump, Putin e del movimento MAGA — potrebbe davvero perdere. Il che, per uno abituato a vincere senza troppi patemi, è già una notizia.

Le elezioni parlamentari ungheresi del 12 aprile 2026 sono etichettate come le più importanti d'Europa quest'anno, e i numeri iniziali lo confermano: dopo la prima ora di voto, l'affluenza era al 3,6% — il doppio rispetto al 2022, un record nell'Ungheria post-comunista. La gente si è svegliata presto, e non per andare a messa.

Il Parlamento ungherese a Budapest lungo il Danubio

Lo sfidante è Péter Magyar, ex insider del sistema Fidesz che ha fatto un'inversione a U degna di un taxi romano e ora guida l'opposizione. Il tipo ha definito queste elezioni un "referendum sul posto dell'Ungheria nel mondo" — il che, tradotto, significa: vogliamo restare il cucciolo di Putin in Europa o tornare nel club dei paesi normali?

I sondaggi danno una corsa serratissima. Orbán, che dal 2010 ha trasformato l'Ungheria in un laboratorio di democrazia illiberale — media controllati, magistratura addomesticata, fondi UE dirottati agli amici — si trova per la prima volta di fronte a un avversario credibile. E i mercati lo sanno: il fiorino ungherese è in fibrillazione da settimane.

Il contesto internazionale rende tutto più elettrico. Con la guerra in Iran che ridisegna le alleanze, l'amicizia di Orbán con Mosca è passata da "eccentricità geopolitica" a "problema serio". L'UE osserva col fiato sospeso: una vittoria di Magyar significherebbe riaprire i rubinetti dei fondi europei congelati e, soprattutto, togliere a Orbán il suo potere di veto sulle decisioni comunitarie.

La retiree Eszter Szatmári, 62 anni, intervistata mentre votava a Budapest, ha riassunto il mood meglio di qualsiasi analista: "Questa è fondamentalmente la nostra ultima chance di vedere qualcosa che assomigli vagamente alla democrazia in Ungheria". Zero filtri, massimo realismo.

Risultati attesi in serata. Se Orbán cade, è un terremoto politico continentale. Se sopravvive, l'Europa avrà il suo solito mal di testa budapestino. In entrambi i casi, oggi è il giorno in cui l'Ungheria decide se vuole essere una democrazia o continuare a fingere di esserlo.