Immaginate la scena: dopo decenni di battaglie ambientaliste, dopo regolamenti più severi sulle polveri sottili, dopo la chiusura sistematica di centrali a carbone — arriva l'intelligenza artificiale e dice "scusate, mi serve corrente". E tutto torna come prima. Anzi, peggio.

Centrale a carbone con ciminiere fumanti

Succede a St. Louis, Missouri, una delle città più inquinate degli Stati Uniti, dove comunità prevalentemente afroamericane combattono da generazioni contro l'aria tossica sputata dalle centrali elettriche. Barbara Johnson, 75 anni, attivista di quartiere, aveva quasi visto la luce in fondo al tunnel: le nuove normative anti-smog dell'era Biden avrebbero costretto la Labadie Energy Center di Ameren a dimezzare le emissioni entro il 2027. Plot twist: non succederà.

L'amministrazione Trump ha cancellato quegli standard prima ancora che entrassero in vigore. Il motivo? I data center per l'AI hanno bisogno di una quantità oscena di elettricità — 50 gigawatt in più entro il 2030, secondo il Dipartimento dell'Energia americano. Per capirci, è quasi il 4% dell'intera produzione elettrica USA del 2025. E indovinate qual è la fonte energetica "di base" su cui puntare? Il carbone, ovviamente.

Trump ha pure firmato un ordine esecutivo dal titolo che sembra una parodia: "Reinvigorating America's Beautiful Clean Coal Industry". Beautiful. Clean. Coal. Tre parole che messe insieme hanno la stessa credibilità di "dieta equilibrata al McDonald's".

I numeri sono impietosi: nell'ultimo decennio le centrali a carbone attive negli USA erano scese da 400 a circa 200. Una tendenza chiara, inesorabile. Poi è arrivata la corsa all'AI e il trend si è congelato. Fondi federali per tenere aperte le centrali vecchie, ordini per ritardare le chiusure, rollback sulle regolamentazioni del mercurio e altre sostanze tossiche. Tutto per non spegnere la luce ai server.

Venti attivisti e esperti di qualità dell'aria intervistati da Reuters sono unanimi: il boom dell'AI è la più grande minaccia attuale alla qualità dell'aria negli USA. Non le auto, non le fabbriche — i chatbot. L'ironia è così spessa che ci si potrebbe tagliare.

Mentre Silicon Valley si riempie la bocca di sostenibilità e obiettivi green, i quartieri neri di St. Louis respirano mercurio e polveri sottili perché ChatGPT deve girare 24/7. È la versione 2026 del classico "privatizzare i profitti, socializzare i costi" — solo che stavolta i costi sono misurati in casi di asma, tumori e aspettativa di vita ridotta.

La prossima volta che qualcuno vi dice che l'AI salverà il mondo, ricordategli che per funzionare sta letteralmente avvelenando l'aria che respira chi ci vive.