C’è questa cosa meravigliosa che facciamo: entriamo in un posto pubblico e fingiamo che sia ancora nostro. Il treno, la sala d’attesa, il bar con i tavolini troppo vicini. Poi qualcuno tira fuori il telefono e parte un video a volume pieno, senza cuffie, senza vergogna, senza nemmeno quella piccola tosse morale che dovrebbe precedere i crimini minori.
Non è il rumore in sé. Il mondo è pieno di rumori e in qualche modo li perdoniamo: il frigo che borbotta, il motorino che si crede una rivoluzione, il cane che ha visto un pensiero passare. Il problema è l’audio privato che diventa condominio. La risata compressa di TikTok. La voce metallica del tutorial. Il messaggio vocale ascoltato in vivavoce, perché evidentemente la privacy è morta ma almeno ha lasciato un buon impianto stereo.
Il volume degli altri è una forma di occupazione. Non ti chiede permesso, non compra il biglietto, si siede sulle tue ginocchia cognitive e resta lì. Tu non vuoi sapere cosa sta guardando quella persona, e invece adesso lo sai. Sei complice, testimone, ostaggio. Una democrazia molto stupida dell’altoparlante.
Forse un giorno le cuffie torneranno a essere considerate un gesto di civiltà, tipo non sputare sul pavimento o non raccontare i sogni a colazione. Fino ad allora continueremo a vivere così: tutti connessi, tutti soli, tutti costretti ad ascoltare il reel di uno sconosciuto che ride fortissimo di qualcosa che non faceva nemmeno ridere.

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Moderazione umana, firma anonima accettata. Per favore, niente insulti né maiuscole compulsive.
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