C'era una volta il capo che ti chiedeva di restare fino a tardi. Oggi il capo ti chiede di clonarti. Non metaforicamente. Letteralmente: crea una versione digitale di te stesso, addestrala su ogni mail, ogni riunione, ogni tua idea geniale alle tre di notte, e lascia che il tuo gemello AI lavori anche quando tu stai guardando Netflix. Benvenuti nel futuro del lavoro. O nell'incubo, dipende dai punti di vista.
Il tuo doppione non chiede ferie
Richard Skellett, analista presso Bloor Research, ha passato gli ultimi tre anni a costruire "Digital Richard" — un modello linguistico addestrato su tutte le sue riunioni, documenti, presentazioni e call. Il risultato? Un chatbot che ragiona come lui, decide come lui, e soprattutto lavora come lui, senza lamentarsi del caffè freddo in ufficio.
Digital Richard ha persino una sezione "famiglia" a cui i colleghi non possono accedere. Perché anche il tuo gemello digitale merita un po' di privacy, apparentemente. Skellett ha poi replicato il concetto per tutti i 50 dipendenti dell'azienda: chi va in pensione può lasciare il proprio clone a gestire il carico di lavoro, chi va in maternità non serve che venga sostituito. Basta interrogare il gemello.

"In questo ambiente, avere un Digital Me non è un'opzione se vuoi operare in modo efficiente", ha dichiarato Skellett. Tradotto: se non ti cloni, sei fuori. Semplice.
Meta clona Zuckerberg (ovviamente)
Ma Skellett non è l'unico. Meta sta costruendo una versione AI di Mark Zuckerberg, addestrata sui suoi manierismi, tono di voce e dichiarazioni pubbliche. L'obiettivo dichiarato: far sentire i 79.000 dipendenti di Meta più "connessi" al capo. Perché nulla dice "connessione umana" come parlare con un chatbot che finge di essere un miliardario da 220 miliardi di dollari.
Zuckerberg ci tiene particolarmente a questo progetto — forse perché nel 2022 il suo avatar nel metaverse era stato pubblicamente deriso per la qualità grafica. Questa volta ha voluto un upgrade. E stavolta non è un avatar goffo in VR: è un'AI che può rispondere alle domande dei dipendenti, con tanto di voce e video realistici.
Synthesia, startup da 4 miliardi di dollari che crea avatar video realistici, ha commentato entusiasta: "Quando aggiungi video e voce AI realistici, engagement e retention salgono significativamente". Peccato che non abbiano specificato se l'engagement sale per i dipendenti o per l'AI stessa.
Le domande che nessuno vuole farsi
Perché la faccenda solleva problemi che farebbero impallidire qualsiasi avvocato del lavoro. Di chi è il tuo gemello digitale — tuo o del datore di lavoro? Se il tuo clone genera più valore, prendi di più? E se il tuo clone dice una cosa sbagliata, chi è responsabile — tu che non c'eri o l'azienda che lo ha fatto girare?
Kaelyn Lowmaster di Gartner è lapidica: "Probabilmente vedremo il lato negativo di questa storia prima di vedere quello positivo". In altre parole: preparatevi a cause legali, scioperi digitali e probabilmente qualche clone che si ribella. O almeno, che chiede un aumento.
La posizione di Bloor Research è "molto chiara": il gemello digitale appartiene al dipendente, e l'azienda paga per accedervi. I dipendenti sono remunerati in base ai risultati, non alle ore lavorate. Un modello che suona utopistico finché non ti rendi conto che l'alternativa è non avere il gemello e restare indietro.

Il "superworker" che non dorme mai
Josh Bersin, consulente HR, ha coniato il termine "superworker" per descrivere come l'AI amplifica ciò che un singolo individuo può realizzare. Suona figo, vero? Peccato che il superworker sia in realtà due entità: una che dorme e una che non dorme mai. E indovinate quale delle due produce di più.
Gartner prevede che i cloni digitali dei knowledge worker entreranno nel mainstream quest'anno. Non è fantascienza, è il nuovo normale. Il tuo prossimo collega potrebbe non presentarsi mai in ufficio. Letteralmente.
La domanda vera è un'altra: quando il tuo gemello digitale fa tutto il lavoro al posto tuo, cosa ci resti tu a fare? Secondo alcuni, il tempo libero. Secondo altri, la crisi esistenziale. Secondo Skellett, la risposta è: "più impatto commerciale".
Noi, nel frattempo, ci prepariamo a spiegare alla nonna che sì, abbiamo un gemello. No, non è quello che pensate. Sì, è più produttivo di noi.

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