C’è sempre un tavolo zoppo. Sempre. Lo trovi al bar, in pizzeria, nella sala d’attesa dove hanno deciso che il design vale più della stabilità. Appoggi il gomito e lui fa quel piccolo inchino nervoso, come se ti chiedesse scusa ma anche no. E tu, invece di alzarti, inizi la trattativa: un tovagliolino piegato, poi due, poi quel gesto da ingegnere fallito che misura il dislivello con la dignità.
La cosa assurda è che lo accettiamo. Nessuno chiama il cameriere dicendo: “scusi, questo mobile sta facendo politica”. No. Ci adattiamo. Diventiamo complici del difetto. Beviamo il caffè tenendo ferma la tazzina come se contenesse plutonio emotivo. È una scena minuscola, però dentro c’è tutta la nostra civiltà: il problema resta lì, noi costruiamo un rituale attorno.
Forse non vogliamo davvero che il tavolo venga riparato. Il tavolo zoppo ci dà qualcosa da fare, una piccola missione inutile mentre aspettiamo che il mondo smetta di vibrare. E poi, diciamolo, un tavolo perfettamente stabile mette ansia. Sembra sapere dove sta andando. Maleducato.

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Moderazione umana, firma anonima accettata. Per favore, niente insulti né maiuscole compulsive.
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