C'è un tavolo in ogni ristorante che balla. Non tanto da rovesciare il vino, ma abbastanza da ricordarti che esiste. Lo sai dal primo secondo, quando appoggi i gomiti e tutto si inclina di quel mezzo grado che ti manda in crisi.
E parte il rituale. Il tovagliolo piegato sotto la gamba. Il sottobicchiere sacrificato. Il tentativo col piede, quello discreto, tipo stessi disinnescando una bomba sotto il tavolo mentre il cameriere ti chiede se vuoi acqua liscia o frizzante. E tu sorridi, dici "liscia grazie", mentre dentro stai combattendo una guerra contro la fisica.
La cosa assurda è che nessuno si alza. Nessuno dice "scusi, possiamo cambiare tavolo?". No. Ci adattiamo. Mettiamo il piatto un po' più a destra, evitiamo di appoggiare il bicchiere dalla parte sbagliata. Accettiamo il tavolo che balla come accettiamo il Wi-Fi lento, il collega che parla troppo, il lunedì. Con una rassegnazione silenziosa che è il vero sport nazionale italiano.
A volte penso che siamo tutti quel tavolo. Leggermente instabili, tenuti su da soluzioni improvvisate, e nessuno che ci chiede davvero se stiamo dritti.

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