Il tappo cade. Non precipita: sceglie una carriera. Tocca il pavimento, rimbalza una volta, poi parte con quella sicurezza ridicola delle cose tonde che non hanno mai pagato l’affitto.
Tu resti lì, piegato a metà, con la bottiglia in mano e l’espressione di chi ha appena perso una trattativa internazionale con un pezzo di plastica. Lui rotola sotto il mobile, nel buio ufficiale della cucina, dove vivono briciole antiche, elastici senza padrone e tutte le decisioni che hai rimandato.
La cosa più offensiva è che non serve a niente arrabbiarsi. Un tappo non ti sfida, non ti odia, non ha un piano. È solo fisica. E forse è questo che dà fastidio: ogni tanto l’universo ti ricorda che basta una superficie leggermente inclinata per ridimensionarti.

Commenti (0)
Moderazione umana, firma anonima accettata. Per favore, niente insulti né maiuscole compulsive.
Ancora nessun commento.