Sono le tre di notte. Stai tornando a casa, la strada è vuota, non c'è un'anima. E il semaforo è rosso.
E tu ti fermi. Ti fermi davvero. Con il piede sul freno, il motore che gira al minimo, e questa luce rossa che ti fissa come se avesse qualcosa da dirti. Nessuno ti vede. Nessuna telecamera, nessun vigile, nessun altro essere umano nel raggio di duecento metri. Potresti passare. Lo sai che potresti passare. E invece stai lì.
È una cosa strana se ci pensi. Perché non è la multa che ti ferma — a quell'ora non c'è nessuno che te la fa. Non è nemmeno la paura che sbuchi qualcuno dall'altra parte, perché vedi benissimo che non c'è nessuno. È qualcos'altro. È che a un certo punto della tua vita hai interiorizzato così tanto l'idea che rosso vuol dire fermo che il tuo corpo lo fa in automatico. Il cervello dice "vai", le gambe dicono "no". E tu resti lì, fermo come un cretino, a guardare una luce che parla a macchine che non esistono.
A volte mi chiedo se tutta la nostra vita funziona così. Quanti semafori rossi rispettiamo ogni giorno senza che ci sia nessuno dall'altra parte? Quante regole seguiamo non perché hanno senso, ma perché abbiamo smesso di chiederci se ce l'hanno? Poi scatta il verde, parti, e non ci pensi più. Fino alla prossima notte.

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