Il primo squillo del citofono è una domanda. Il secondo è già una sentenza. Non importa chi sia: corriere, vicino, tecnico del gas, essere umano smarrito. In quei due secondi in mezzo tu diventi colpevole di qualcosa. Di non essere vestito. Di essere vivo. Di aver ordinato una cosa e poi aver finto sorpresa quando la cosa è arrivata.
C’è questa violenza minuscola nei rumori domestici. Il telefono puoi ignorarlo con dignità, la mail può marcire, il messaggio può restare blu non letto come un piccolo cadavere amministrativo. Ma il citofono no. Il citofono è fisico. Sta giù, fuori, nel mondo reale, e ti ricorda che il mondo reale ha ancora il tuo indirizzo.
Rispondere è sempre un atto politico. Apri e ti consegni alla società. Non apri e diventi leggenda condominiale: quello del terzo piano che c’era ma non c’era. Forse la libertà adulta è tutta lì: scegliere se premere il pulsante o restare immobili, in silenzio, mentre qualcuno sotto pensa che tu sia una persona normale.

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Moderazione umana, firma anonima accettata. Per favore, niente insulti né maiuscole compulsive.
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