C'è un momento preciso, in ogni telefonata, in cui avete finito. Ve lo siete detto tutto, non c'è più niente. E invece parte il rituale. Ciao. Ciao. Ci sentiamo. Sì dai. Ciao. Un secondo ciao che nasce solo perché il primo suonava poco convinto, un terzo perché il secondo si è accavallato al suo.
La verità è che nessuno vuole essere quello che riattacca per primo. Riattaccare per primo è un piccolo atto di aggressione, un “ho di meglio da fare”. Quindi restiamo lì, appesi, a ripetere la stessa parola come due che si allontanano sul binario e continuano ad agitare la mano anche quando ormai è ridicolo, anche quando non si vedono più.
Poi arriva il ciao vero, quello che chiude davvero. Ma non puoi arrivarci di colpo, devi passare per gli altri tre. È una specie di password. E se sbagli, se riattacchi al secondo, l'altro se lo ricorda. Per sempre. Diventi “quello che ha messo giù mentre ancora parlavo”.
Non credo che smetteremo mai. Continueremo a salutarci finché non finisce la batteria, che poi è l'unico modo onesto che ci resta per chiudere una conversazione: dare la colpa a un dispositivo. Va bene. Ciao. Ciao.

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Moderazione umana, firma anonima accettata. Per favore, niente insulti né maiuscole compulsive.
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