Buon Primo Maggio: la festa dei lavoratori, cioè quella giornata in cui il Paese pubblica frasi solenni sul lavoro mentre il mercato, nel frattempo, aggiorna i requisiti minimi come un’app bancaria alle 7 del mattino.
La notizia non è “l’AI ruba tutto” e nemmeno “la transizione green salverà tutti con una tutina catarifrangente”. La notizia è più fastidiosa: i lavori non stanno sparendo tutti, stanno cambiando mentre noi continuiamo a descriverli con parole vecchie. Tipo “muratore”, “elettricista”, “cuoco”, “impiegato amministrativo”. Sembra lessico da modulo INPS, ma dentro ci stanno già pannelli solari, sensori, software, dati, sprechi da tagliare e procedure che un algoritmo può fare senza chiedere la pausa caffè.
Secondo ANSA, che riprende il volume Green jobs di Tessa Gelisio e Marco Gisotti, nei prossimi anni il fabbisogno italiano sarà tra 3,3 e 3,7 milioni di lavoratori. Non esattamente il deserto post-apocalittico che piace ai titoli LinkedIn con il robottino triste. Però c’è un dettaglio: quattro quinti delle professionalità richieste avranno bisogno di competenze verdi e digitali. Traduzione non HR: non basta “saper fare”. Bisogna saper fare con un software, con meno energia, con più dati e senza bruciare il pianeta per finire la commessa.

La lista delle professioni “introvabili” è il catalogo IKEA della transizione: installatori fotovoltaici, elettricisti evoluti, tecnici dell’efficienza energetica, operatori specializzati nei cantieri, professionisti ESG, data analyst ambientali, specialisti del riciclo. Nomi che suonano futuristici finché non realizzi che qualcuno deve davvero salire sul tetto, montare i pannelli, collegare l’impianto e farlo funzionare. Spoiler: ChatGPT non ti stringe i bulloni.
Il lato oscuro è che l’AI colpisce dove il lavoro è più ripetitivo e standardizzato: data entry, segreteria esecutiva tradizionale, contabilità meccanica, customer service da copione, traduzioni base, amministrazione a basso valore aggiunto. Cioè tutti quei compiti che per anni abbiamo chiamato “esperienza” quando spesso erano solo sofferenza organizzata in Excel.
Repubblica, nel numero del Venerdì in edicola per il Primo Maggio, mette il dito nel punto molle: la domanda non è solo se i robot ci libereranno dalla fatica, ma se ci ridurranno a baby-sitter precari di algoritmi. Bellissimo futuro: tu non fai più il lavoro, controlli la macchina che fa il lavoro, finché la macchina impara anche a controllarsi e tu diventi una notifica da disattivare.
Il paradosso italiano è perfetto, quasi comico se non ci dovessimo pagare l’affitto: da un lato servono competenze nuove, dall’altro il Paese è ancora lento nell’adozione dell’AI rispetto ad altri partner europei, come segnalato da Reuters sui dati ufficiali. Quindi abbiamo paura di essere sostituiti da una tecnologia che, spesso, non abbiamo ancora imparato a usare bene. È molto Italia: panico avanzato, implementazione base.
La parte meno meme e più seria è questa: il conflitto vero non sarà uomo contro macchina, ma formazione contro inerzia. Se lasciamo che la transizione la facciano solo le aziende con i loro PowerPoint motivazionali, avremo lavoratori “reskilled” a colpi di webinar da 42 minuti e una montagna di persone fuori fuoco. Se invece scuola, imprese, sindacati e politica capiscono che il lavoro sta cambiando adesso — non nel 2040, non “quando arriva il metaverso”, adesso — allora il Primo Maggio può smettere di essere solo una foto con bandiere e diventare una domanda pratica: chi insegna cosa, a chi, e con quali soldi?
Perché sì, il lavoro del futuro sarà ibrido. Ma “ibrido” non dovrebbe significare: metà umano, metà ansia.
Fonti:

Commenti (0)
Moderazione umana, firma anonima accettata. Per favore, niente insulti né maiuscole compulsive.
Ancora nessun commento.