C’è una guerra fredda che nessuno dichiara: il bracciolo condiviso. Cinema, treno, sala d’attesa, aereo low cost con l’aria condizionata puntata direttamente sull’anima. Due sconosciuti seduti accanto e in mezzo quel pezzo di plastica imbottita che diventa improvvisamente territorio, confine, trattato internazionale.
La cosa ridicola è che tutti facciamo finta di essere superiori. “No no, figurati, tienilo pure tu”, comunica il gomito arretrato di tre millimetri. Però intanto misuriamo. Registriamo. Se l’altro invade troppo, parte il micro-spostamento passivo-aggressivo: una manica che sfiora, un polso appoggiato come per caso, la diplomazia sporca delle articolazioni.
Forse la società è tutta lì. Non nelle grandi idee, non nei discorsi solenni, ma in due persone adulte che non sanno decidere chi ha diritto a poggiare un avambraccio. E quindi restano immobili, contratte, educatissime, infelici. Che poi basterebbe chiedere. Ma chiedere sarebbe ammettere che il bracciolo ci importa. E questa, chiaramente, è una vergogna troppo grande.

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Moderazione umana, firma anonima accettata. Per favore, niente insulti né maiuscole compulsive.
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