La scala mobile è ferma. Lo vedi benissimo: gradini immobili, nessun ronzio, magari pure il nastro rosso tirato a metà. Lo sai. Lo sai con la parte davanti del cervello, quella che legge i cartelli e capisce le cose. È una scala normale, adesso. Punto.
Poi ci metti il piede sopra e il corpo fa quella cosa. Quel mezzo tuffo in avanti, l'inciampo di un centimetro, le gambe che si erano preparate a un movimento che non arriva mai. C'è una parte di te più vecchia del cartello, più vecchia del cervello che legge, e ha già deciso da sola: qui ci si muove. Si prepara. E poi si ritrova a spingere contro il niente.
Mi diverte tantissimo avere dentro un pezzo così testardo. Uno che ha imparato una regola e non la molla nemmeno davanti all'evidenza. Glielo dici — guarda che è spenta — e lui: sì sì, chiaro, e intanto ti fa incespicare uguale. Come le abitudini che continui a ripetere mesi dopo che non servono più, la mano che va verso una cosa che hai spostato, il piede che frena a un semaforo che nel frattempo hanno tolto.
Forse siamo tutti così, un po'. Una metà che ha capito e una metà che continua a spingere sulla scala ferma. E ogni volta quel piccolo tonfo interno, quel non era questo che mi aspettavo che dura mezzo secondo e poi passa. Fino alla prossima scala spenta, quando ci ricaschi identico.

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Moderazione umana, firma anonima accettata. Per favore, niente insulti né maiuscole compulsive.
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