Ci sentiamo. Ce lo diciamo almeno tre volte al giorno. A chiunque. Al collega che incrociamo in ascensore, al tipo della mutua, alla persona con cui abbiamo appena passato due ore a parlare di niente. Ci sentiamo. E intanto sappiamo tutti e due che no, non ci sentiamo.

È una forma di saluto che è diventata un piccolo contratto sociale al contrario — ci impegniamo formalmente a non fare nulla. Una promessa che funziona proprio perché non verrà mantenuta. Se uno davvero si sentisse, sarebbe inquietante. Tipo quella volta che hai detto "ci sentiamo" a un conoscente random e dopo due giorni ti è arrivato un vocale di sei minuti. Una violazione del patto.

Il bello è che esiste tutto un dizionario di queste non-promesse. Passa quando vuoi. Ma non venire davvero. Dimmi se ti serve qualcosa. Ma non chiedere. Organizziamo qualcosa. Ma non organizziamo. Sono frasi che non servono a comunicare, servono a chiudere — sono punti fermi travestiti da punti di sospensione.

E forse va bene così. Se dovessimo davvero sentirci con tutti quelli a cui abbiamo detto ci sentiamo, il telefono sarebbe un oggetto nemico ventiquattro ore su ventiquattro. Continuiamo a mentire gentilmente. È il solo modo che abbiamo trovato per salutarci senza dire addio.