L'aereo tocca la pista e qualcuno, sempre nelle ultime file, comincia a battere le mani. Non tutti, mai tutti. Un applauso a metà, di quelli che partono da tre persone e non sai se unirti o fingere di sistemare la cintura. Ma la domanda vera è: a chi stiamo applaudendo. Il pilota non ci sente, è chiuso in cabina e ha fatto il suo lavoro, quello per cui è pagato: atterrare senza ammazzare nessuno. Non applaudiamo il chirurgo mentre ci ricuce, non battiamo le mani al panettiere perché il pane non è bruciato.
E poi c'è il sottotesto, che è la parte che mi diverte. L'applauso è un piccolo, involontario ti confesso che avevo paura. Per due ore hai riletto lo stesso paragrafo del giornale, hai stretto il bracciolo a ogni scossa come se servisse a qualcosa, e ora che le ruote toccano l'asfalto lasci uscire tutto in un battito di mani travestito da entusiasmo. Non è gratitudine. È sollievo che si finge festa.
La cosa strana è che nessuno applaude quando il treno arriva in stazione, e i treni deragliano pure loro. Nessuno applaude l'autobus, la metro, l'ascensore che ti riporta a piano terra. Solo l'aereo. Forse perché è l'unico posto in cui per un po' abbiamo creduto davvero di poter morire, e sopravvivere a qualcosa merita almeno un applauso. Anche se il festeggiato non ha la minima intenzione di aprire la porta per ringraziare.

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