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Società

Amazon spegne gli umani che vendeva come AI

Dopo 21 anni Amazon chiude Mechanical Turk, la piattaforma di lavoratori umani spacciati per algoritmo. E l'ironia finale: quasi meta di loro usava l'AI per lavorare.

C'è una poesia crudele nel calendario di Amazon. Il 30 settembre 2026 stacca la spina a Mechanical Turk, la piattaforma che per 21 anni ha fatto lavorare esseri umani veri fingendo che fossero un algoritmo. Lo fa proprio adesso, mentre l'intelligenza artificiale — quella vera — divora tutto. È il licenziamento più simbolico del decennio: la macchina che erano gli umani viene spenta dagli umani che sono diventati macchina.

Ripartiamo dall'inizio, perché è tutto meravigliosamente cinico. Nel 2005 Jeff Bezos inventa un servizio e lo battezza con una frase entrata nella storia: "artificial artificial intelligence". Intelligenza artificiale artificiale. Tradotto: sembra un computer che risolve compiti complessi, ma dietro lo schermo c'è gente in carne e ossa che etichetta immagini, trascrive audio, risponde a sondaggi. Il nome stesso, Mechanical Turk, è un omaggio a un finto automa scacchista del Settecento che nascondeva un uomo dentro la scatola. Onesti fin dal branding, questo va detto.

Pochi centesimi a click, 500.000 fantasmi

Sulla piattaforma sono passati oltre 500.000 lavoratori in 190 Paesi, i cosiddetti turker. Il loro mestiere: le Human Intelligence Tasks, micro-lavori che pagavano pochi centesimi l'uno. Cliccare, taggare, descrivere, moderare. Un cottimo digitale globale, invisibile e senza volto, che ha svolto il lavoro sporco su cui si è costruita mezza rivoluzione tecnologica. Ogni volta che un sistema "capiva" un'immagine, spesso a capirla per primo era stato un turker pagato tre centesimi.

Illustrazione di una persona con un vecchio monitor al posto della testa
Il lavoratore digitale ideale: senza volto, senza contratto, senza nemmeno una faccia da mostrare.

E qui arriva la barzelletta finale, quella che nessuno sceneggiatore avrebbe osato scrivere. Uno studio svizzero del 2023 ha scoperto che fino al 46% dei turker usava a sua volta modelli di AI per svolgere i compiti. Ricapitoliamo: aziende pagavano umani spacciati per macchine, e quegli umani facevano fare il lavoro alle macchine. Un serpente che si morde la coda mentre fattura. A quel punto la piattaforma non aveva più senso nemmeno per finta.

Non è un addio, è un'uscita di scena

Amazon non sta ritirando un prodotto stanco: sta abbandonando l'intera infrastruttura del lavoro-dati umano. Nello stesso giorno chiudono anche SageMaker Ground Truth e Amazon Augmented AI. Motivazione ufficiale, gelida come una mail di HR: una generica "valutazione" dei programmi. Nessuna spiegazione, nessun grazie, nessun fiore. I nuovi clienti erano già stati bloccati a luglio, e i turker avevano capito l'antifona.

Il mercato, nel frattempo, si è spostato altrove: startup come Scale AI, Mercor e Prolific offrono forza-lavoro più curata e (leggermente) meglio pagata per addestrare i modelli. Perché il paradosso resta: l'AI generativa ha ancora bisogno di mani umane per imparare. Solo che ora quelle mani costano di più e hanno un ufficio marketing. Mechanical Turk, il pioniere, muore povero e senza pensione, come tutti i suoi lavoratori.

Restano date da burocrati fino all'ultimo: i committenti hanno 30 giorni dopo la chiusura per approvare i lavori, i bonus si possono versare fino al 30 ottobre, lo storico delle transazioni resta consultabile fino al 28 gennaio 2027. Poi il silenzio. Ventun anni di clic da pochi centesimi archiviati in un CSV. Il futuro, si scopre, non ha licenziato le macchine: ha licenziato le persone che facevano finta di esserlo.


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