Diciamocelo: a vent'anni ti avevano promesso il posto fisso, poi la gig economy, poi almeno uno stage «formativo» a rimborso spese. Nel 2026 la promessa è diventata un'altra: manda pure il curriculum, tanto a leggerlo per primo ci pensa un algoritmo, e a scartarti pure. Benvenuti nell'epoca in cui il primo lavoro — quello vero, quello che ti insegnava a stare al mondo — sta semplicemente sparendo dal menù.
A metterlo nero su bianco è l'ILO, l'Organizzazione Internazionale del Lavoro, che il 14 agosto ha pubblicato il suo rapporto annuale Global Employment Trends for Youth. E i numeri, spoiler, non sono di quelli che si postano con la faccina sorridente.
67 milioni. A spasso.
Nel mondo ci sono 67 milioni di giovani disoccupati, pari a un tasso del 12,4%. Sembra poco diverso dal 12,3% del 2023, ed è proprio questo il punto: la ripresa post-Covid si è fermata. Il recupero c'era stato, poi qualcuno ha staccato la spina.
Ma il dato che fa davvero accapponare la pelle è un altro: 257 milioni di ragazzi nel mondo sono NEET, cioè né a scuola, né al lavoro, né in formazione. Il 20% del totale. Nove milioni in più rispetto a prima. Una generazione intera messa in pausa, come una serie che nessuno ha voglia di finire.

E qui entra in scena l'ospite non invitato
Perché i posti d'ingresso stanno evaporando? L'ILO fa un nome che ormai conosciamo bene: intelligenza artificiale. Il 6,1% dei lavori svolti dai giovani (15-29 anni) è ad «alta esposizione» ai cambiamenti legati all'AI. E indovina quali sono i primi a saltare: ruoli amministrativi, d'ufficio, vendite, servizi. Esatto, proprio quei lavoretti «da cui si inizia», quelli che una volta ti davano a diciannove anni per imparare a rispondere al telefono senza farti venire l'ansia.
Il paradosso è servito: mentre l'AI cancella la porta d'ingresso, cresce la domanda di profili tecnici altamente specializzati in scienza, sanità, ingegneria. Tradotto: servono esperti, ma nessuno ti fa più fare la gavetta per diventarlo. È come dire «cercasi persone che sappiano nuotare» dopo aver prosciugato la piscina.
L'Italia, capitolo a parte (come sempre)
E a casa nostra? Partiamo dalla buona notizia, che tanto dura poco. I NEET italiani sono crollati dal 25,7% del 2015 al 13,3% del 2025: il calo più forte di tutta l'Unione Europea. Bravi, applausi, coriandoli.
Ora la parte scomoda. In Italia ci sono quasi 4 giovani disoccupati per ogni adulto disoccupato. Di quelli che il lavoro ce l'hanno, il 31,3% è a tempo determinato e il 61,4% fa part-time non perché lo desidera, ma perché un full-time non l'ha trovato. Il lavoro c'è, insomma, ma è a metà, a scadenza, e possibilmente sottopagato.
Morale: chi può, fa le valigie. Tra il 2014 e il 2023 se ne sono andati 367 mila italiani tra i 25 e i 34 anni, di cui circa 146 mila laureati. Ne sono rientrati sì e no 49 mila. Saldo netto: 97 mila cervelli qualificati regalati all'estero. Li abbiamo cresciuti, istruiti, laureati — e poi spediti a far ricchi gli altri. Un modello di business geniale, se sei un altro Paese.
Quindi?
Il ritornello lo sappiamo a memoria: «i giovani non hanno voglia di lavorare». Peccato che i numeri dell'ILO raccontino l'esatto contrario: sono i lavori d'ingresso ad aver perso la voglia di esistere, tra automazione, contratti-fantasma e stipendi che non pagano nemmeno l'affitto. La Gen Z, tra l'altro, risulta pure la generazione più resiliente nel reggere il colpo. Non è pigrizia. È un mercato che ha alzato il ponte levatoio e ora si lamenta che nessuno entra nel castello.
La domanda vera non è se i ragazzi vogliono lavorare. È se qualcuno, prima o poi, deciderà di ricostruire quella porta d'ingresso. Magari prima che l'ultimo algoritmo rimasto si ritrovi senza più nessuno da assumere.
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