C'e' un genere letterario tutto italiano, ripetuto ogni estate con la puntualita' del bollettino sul caldo: "le aziende non trovano personale". Di solito viene raccontato con un tono da tragedia greca, come se i giovani si fossero volatilizzati tutti insieme in una notte di mezza estate. Poi arrivano i numeri veri e la storia si fa un filo piu' complicata.
Il Bollettino Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro dice che a luglio 2026 le imprese italiane hanno in programma quasi 568mila assunzioni, che diventano 1,5 milioni nel trimestre luglio-settembre. Sembrerebbe una notizia da fanfara. Peccato che, rispetto a un anno fa, siamo a -1,1% nel mese e -2,6% nel trimestre: circa 39mila ingressi in meno. La macchina gira, ma un po' meno di prima.
Il dettaglio che rovina la sceneggiatura
Ecco il numero che regge tutto il teatrino: il 42,6% delle posizioni aperte e' considerato difficile da coprire. Piu' di quattro su dieci. Ma attenzione a leggere le motivazioni, perche' e' li' che casca il palco. La causa principale e' la mancanza di candidati (26,3%); la preparazione inadeguata pesa per il 12,3%. Tradotto: nella maggioranza dei casi non e' che i candidati arrivano impreparati, e' che non arrivano proprio.
E qui la domanda da un milione di contratti: perche' non arrivano? Forse perche' il 64,9% delle entrate previste e' a tempo determinato. Cioe' due assunzioni su tre nascono gia' con la data di scadenza stampata sopra, come lo yogurt. Strano che poi la gente esiti a trasferirsi dall'altra parte del Paese per un posto che finisce tra sei mesi.

Dove mancano davvero
Il buco piu' grosso e' nell'artigianato e nell'industria di qualita': industrie metallurgiche e costruzioni al 62,6% di difficolta', legno e mobile al 60%. Sui profili, gli operai specializzati risultano introvabili nel 57,3% dei casi, i dirigenti nel 59,5%, le professioni tecniche nel 50,7%. Roba che non si improvvisa con un corso di tre pomeriggi, ma che per anni abbiamo raccontato ai ragazzi come "lavori di serie B". Sorpresa: adesso servono e non ci sono.
E i giovani, questi fantasmi
Spoiler: non sono spariti. Agli under 30 sono destinate circa 180mila entrate, quasi un terzo del totale. I settori che li cercano di piu' sono quelli dove i giovani effettivamente vogliono stare: servizi finanziari (48,6%), informatica e telecomunicazioni (43,5%), commercio (42,2%). C'e' anche un altro pezzo di realta' che raramente entra nel racconto lamentoso: 132mila contratti (il 23,2%) sono destinati a lavoratori immigrati, senza i quali interi settori chiuderebbero baracca domattina.

Morale (senza fanfara)
La verita' e' meno instagrammabile dello slogan: non c'e' una generazione di sfaticati, c'e' un mismatch tra quello che le imprese chiedono, quello che offrono in cambio, e quello per cui il sistema formativo prepara. Finche' la domanda resta "vengo pagato poco, a termine e magari lontano da casa, ci sto?", la risposta continuera' a essere quella che gia' conosciamo. I numeri di Unioncamere non descrivono giovani in fuga: descrivono un patto di lavoro che, per molti, non conviene piu' firmare.
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