C'era una volta un uomo che aveva un'azienda di razzi, poi ne ha comprata una di intelligenza artificiale, poi si è ripreso pure il social che aveva già comprato una volta. E siccome tenere tre nomi diversi è faticoso, ha deciso di frullarli tutti in uno. Signore e signori, da questa settimana xAI non esiste più: si chiama SpaceXAI.
Il 6 luglio, con un post su X (che ora è parte di sé stessa, seguiteci), la creatura di Elon Musk ha svelato il nuovo logo: la scritta xAI incastrata dentro l'identità di SpaceX, giusto per chiarire che non è una partnership, non è una controllata, è fusione totale. Grok, i razzi Falcon, Starlink e il vecchio Twitter adesso vivono sotto lo stesso tetto aziendale. Un condominio da 2,1 trilioni di dollari.

Come siamo arrivati qui
Riavvolgiamo. Il 2 febbraio SpaceX si è comprata xAI in un'operazione tutta in azioni, rendendola una controllata al 100%. A maggio Musk aveva già annunciato che xAI avrebbe smesso di esistere come entità autonoma. A giugno l'intero blocco — SpaceX, xAI e X — è sbarcato in Borsa nella più grande IPO della storia, chiudendo intorno ai 161 dollari ad azione. Nel frattempo, tanto per gradire, si erano già presi anche Cursor per 60 miliardi. Quando dicono "fare shopping", loro lo intendono letteralmente.
Il tutto mentre Google paga 920 milioni di dollari al mese per affittare capacità di calcolo GPU fino al 2029. Sì, al mese. Il tuo abbonamento a mille servizi che non usi, improvvisamente, sembra un affare.
E adesso, i data center nello spazio
Ma il vero motivo del rebranding non è estetico: è che Musk vuole letteralmente spostare i data center in orbita. La sua tesi, testuale, è che "la domanda globale di elettricità per l'AI non può essere soddisfatta con soluzioni terrestri", e che mandare tutto lassù sia "l'unica soluzione logica". Comodo, quando possiedi anche i razzi per portarceli.

Per farlo, SpaceX ha chiesto alla FCC il permesso di lanciare un milione di satelliti destinati a un data center spaziale. Un milione. Il cielo notturno, già abbastanza affollato di Starlink, rischia di diventare un pannello LED pubblicitario permanente. Gli astronomi stanno già piangendo in latino.
Megalomania o visione?
Non tutti applaudono. La stampa tech italiana è stata gentile come sempre: Punto Informatico ha liquidato l'operazione con un "nuovo nome, stessa megalomania", mentre Hardware Upgrade ha fatto i conti sui data center orbitali promessi entro il 2027 e ha concluso, diplomaticamente, che i conti non tornano. Raffreddare server nello spazio suona figo finché non ti ricordi che nel vuoto il calore non se ne va da nessuna parte con un ventilatorino.
E poi c'è Yann LeCun, ex capo dell'AI di Meta, che ha bollato l'intera baracca come un "fallimento", citando la scarsa adozione di Grok tra le aziende. Detta da uno che ora fa il concorrente, va presa con le pinze — ma il punto resta: dietro il logo scintillante e i trilioni di valutazione, il prodotto AI deve ancora dimostrare di reggere fuori dalle presentazioni.
Nel dubbio, godiamoci lo spettacolo: un uomo che ha finito i nomi disponibili e ha iniziato a incollarli, con un piano industriale che assomiglia sempre di più alla trama di un film di fantascienza di serie B. Con un budget da serie A+, però.
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