C'è questa cosa che faccio col microonde e so per certo di non essere l'unico. Quando mancano due secondi alla fine apro lo sportello. Lo blocco prima che suoni. Come se quel bip fosse un allarme da disinnescare, un testimone da zittire, qualcosa che non deve assolutamente succedere.
Non c'è un motivo. Il piatto è caldo uguale, il tempo è passato lo stesso. Eppure scatta questo istinto da artificiere, la mano sulla maniglia un attimo prima, l'orgoglio silenzioso di averlo battuto sul tempo. Battuto chi, poi. È un elettrodomestico. Non tiene il punteggio. Non si è mai vantato con gli altri microonde del quartiere.
E però lo facciamo. Forse perché è una delle pochissime cose che possiamo controllare fino all'ultimo decimo. Il resto della giornata ci suona addosso senza che possiamo farci niente — la sveglia, le notifiche, il tizio che ricorda la riunione, il forno vero che frigna. Il microonde no. Il microonde lo zittisco io, quando dico io.
Poi richiudo lo sportello per leggere lo zero-zero che lampeggia, e mi sento vagamente vincitore di una gara che non esiste. Domani lo rifaccio. Un secondo prima. Sempre.

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