C'è un genere molto specifico di autogol legale: spendere anni, processi e parcelle a sei zeri per dimostrare davanti a una giuria che un tuo prodotto è unico, irripetibile, tuo — e sentirti rispondere che no, in realtà quello stivale lì lo può fare chiunque, perché è in sostanza una ciabatta di pecora con le velleità da brevetto. Benvenuti nella disfatta di Deckers, la società dietro gli UGG, che ha trascinato in tribunale il re dei "dupe" Quince e ne è uscita a piedi nudi.
Il 15 giugno 2026, dopo un processo di quattro giorni alla corte federale del Distretto Nord della California e poco più di due ore di camera di consiglio, una giuria ha dato ragione a Quince. E qui sta il bello: i giurati hanno stabilito che lo stivaletto di Quince copiava davvero il design brevettato dell'UGG Classic Ultra Mini. Peccato che, nella stessa frase, abbiano aggiunto che quel brevetto è invalido. Tradotto dal legalese: «sì, l'hai copiato, ma quello che hai copiato non era roba che si potesse possedere, quindi arrangiati». Risultato per Deckers: zero risarcimento, zero gloria, e un precedente che fa rumore.

Non è nemmeno la prima mazzata. Già a ottobre 2025 la giudice Araceli Martínez-Olguín aveva fatto a pezzi metà delle pretese di Deckers, dichiarando che le forme degli UGG Classic Ultra Mini e Tasman sono "generiche": troppo diffuse nel mondo delle calzature per identificare un singolo produttore. In altre parole, lo stivale di montone con la suola piatta non lo ha inventato UGG — esisteva prima, e c'è chi fa risalire silhouette simili agli aviatori australiani della Prima guerra mondiale e alla cultura del surf. Difficile rivendicare l'esclusiva su una cosa che il tuo bisnonno avrebbe potuto comprare.
Dall'altra parte del ring c'è Quince, marchio direct-to-consumer che ha costruito un impero vendendo versioni low-cost di prodotti premium. Il suo CEO Siddhartha Gupta è salito sul banco dei testimoni e ha rifiutato in blocco «l'idea che una sola azienda debba monopolizzare uno stivale di shearling». Gli avvocati di Deckers lo hanno torchiato chiedendogli se Quince avesse passato ai fornitori foto e link agli UGG da copiare; Gupta ha risposto che usavano "UGG" solo come scorciatoia, un modo veloce per dire al produttore che tipo di stivale volevano. Che, ammettiamolo, è esattamente come parliamo tutti: nessuno chiede "uno stivaletto basso in montone rovesciato", si dice "tipo gli UGG" e via.

Il dettaglio più Gen Z di tutta la vicenda? La giudice ha autorizzato Quince a parlare apertamente di "dupe" e "dupe culture" davanti alla giuria, smontando il tentativo di Deckers di far sparire la parola dall'aula. E così il processo si è trasformato in un referendum su un fenomeno che TikTok ha reso religione: comprare il sosia a un quinto del prezzo non è più una vergogna da nascondere, è un flex. L'avvocata di Quince, Xinlin Li Morrow, ha esultato dicendo che il verdetto «ha dato ragione alla missione di Quince e ai diritti dei consumatori». L'avvocato di Deckers, Brent Blakely, aveva aperto giurando che «non è una questione di soldi» ma di proprietà intellettuale. Spoiler: era anche una questione di soldi, e li ha persi.
Morale della favola, per i marchi che sognano di fare causa a ogni copia: il diritto americano sta diventando sempre più scettico verso chi cerca di brevettare l'ovvio. Puoi avere il logo, la storia, il negozio in centro con l'insegna luminosa — ma la forma di uno stivale comodo che mezzo mondo indossa d'inverno non è un castello che puoi recintare. Il dupe, per ora, ha vinto la sua causa. E continuerà a sfilare, indisturbato, su tutti i marciapiedi del pianeta.
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