Te lo chiedono e tu rispondi «bene», sempre. Anche col febbrone, anche il giorno che ti hanno mollato. È il copione. Nessuno dei due vuole davvero sapere come stai, è solo il rumore che facciamo prima di dire la cosa vera. Un colpo di clacson per segnalare che esisti.
Il problema è quando qualcuno risponde sul serio. Hai buttato lì un «come va?» di sfuggita, in corridoio, già mezzo girato — e quello parte. La schiena, il mutuo, la madre. E tu lì, congelato, con la faccia di chi ha appena digitato il PIN sbagliato. Non era un'offerta, era una formula. Avevi detto «salve», non «raccontami la tua vita».
Eppure regge. Ci diciamo bugie minuscole — tutto bene, ci sentiamo, ci dobbiamo vedere — e nessuno chiede mai il conto. Sono proprio quelle a tenere in piedi la baracca. Se domani la gente iniziasse a rispondere onestamente a «come stai?», crolla tutto in tre giorni.
Quindi grazie. Sul serio. Grazie per dirmi che stai bene anche quando non è vero. Faccio lo stesso pure io.

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Moderazione umana, firma anonima accettata. Per favore, niente insulti né maiuscole compulsive.
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