C'è un genere molto specifico di lusso che il marketing non sa ancora come vendere: il green perfetto, le diciotto buche col panorama, il clubhouse a cinque stelle — costruiti esattamente sopra le ossa di qualcun altro. Benvenuti a Hung Yen, Vietnam del nord, una quarantina di chilometri da Hanoi, dove per fare spazio a un resort di golf targato Trump Organization le famiglie del posto stanno dissotterrando i loro morti. No, non è una metafora. È proprio il piano.

Un miliardo e mezzo di dollari, due spicci a te
Il progetto è un complessone da 1,5 miliardi di dollari: campo da golf, hotel a cinque stelle, ville di lusso, il pacchetto completo del flex immobiliare. Nasce nel comune di Chau Ninh, in un'ansa del Fiume Rosso, lì dove fino a ieri c'erano risaie e frutteti di banane, longan e arance che hanno sfamato generazioni della stessa famiglia. Approvato a fine 2024, guarda caso poche settimane prima delle elezioni americane, e inaugurato in pompa magna a maggio 2025 con Eric Trump a tagliare il nastro.
La parte che fa stringere i denti è il listino dei risarcimenti. Hoang Do, 72 anni, ha ricevuto 70 milioni di dong — circa 2.600 euro — per spostare i resti del figlio e dei genitori. «È doloroso», ha detto al Financial Times, «sono indignato per il prezzo del compenso». C'è chi si è visto offrire l'equivalente di una manciata di dollari al metro quadro e meno dello stipendio medio nazionale per lasciare la terra. Tradotto: ti smonto il cimitero di famiglia e in cambio ti do un assegno che non copre nemmeno il trasloco dei vivi.

«L'invidia di tutta l'Asia», parola di Eric
Mentre i residenti dipingono X bianche sulle lapidi per dire «questi li ho già tolti io», Eric Trump definiva il resort «l'invidia di tutta l'Asia e del mondo intero». Sensibilità da vendere. C'è chi resiste: Hoang Anh Xa, cinque parenti nel cimitero da smantellare, fa una domanda che non ha una buona risposta. «La tomba dei miei bisnonni è lì dal 1967, prima ancora che nascesse questo Paese. Perché dovrei spostarla?»
La verità è che il Vietnam ha tutto l'interesse a far contento Trump, e si vede. È il partner con cui gli Stati Uniti hanno il terzo deficit commerciale più grande, vive di export verso l'America, e l'anno scorso si è beccato la minaccia di un dazio al 46% — poi limato al 20%. In mezzo a questo braccio di ferro tariffario, un bel campo da golf col cognome giusto sopra l'ingresso vale più di mille trattative. Gli sfratti, ufficialmente, sono partiti la mattina del 26 giugno, con tanto di ordini di esecuzione forzata per chi non se ne andava.
Buca in uno, entro il 2027
La fretta ha pure una scadenza politica: il primo campo deve essere pronto in tempo per il vertice APEC del 2027, così i leader del Pacifico potranno tirare di driver dove oggi ci sono ancora le risaie. È il capitalismo della soft power: non basta vincere la guerra dei dazi, bisogna anche poterla festeggiare al diciottesimo green. Gli avi, nel frattempo, traslocano. Sperando che almeno il nuovo posto abbia una bella vista — visto che quella vecchia, a quanto pare, serviva a qualcun altro.
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