Ok, finalmente qualcuno l'ha detto ad alta voce e con timbro federale: Live Nation e Ticketmaster sono un monopolio. Una giuria di New York, dopo cinque settimane di processo e quattro giorni di camera di consiglio, ha deciso che sì, il colosso che da quindici anni decide quanto paghi per vedere il tuo artista preferito ha violato le leggi antitrust americane. Chi l'avrebbe mai detto, a parte chiunque abbia mai provato a comprare un biglietto dopo le 10:00 di un mercoledì qualsiasi.
Il caso era partito dal Dipartimento di Giustizia insieme a 40 stati americani — sei si erano accontentati di un patteggiamento da 280 milioni di dollari, gli altri 34 sono andati fino in fondo. Risultato: la giuria ha quantificato un sovrapprezzo medio di 1,72 dollari a biglietto, che moltiplicato per la quantità di gente incastrata nel sistema fa circa 150 milioni di risarcimento. Un'enormità per noi, bruscolini di divano per loro.

Come si fa monopolio, per i neofiti
La formula è semplice e dolorosamente efficace: Ticketmaster controlla la biglietteria, Live Nation controlla gli anfiteatri, e in mezzo ci sono gli artisti a cui viene detto, più o meno esplicitamente, che se vogliono suonare nei posti belli devono usare il pacchetto all-inclusive della casa. Secondo l'accusa, chi non firmava esclusive con Ticketmaster si vedeva negare i tour più grossi. Tradotto: un sistema chiuso, circolare, in cui il pubblico paga e basta.
Ricordate lo scandalo Eras Tour di Taylor Swift? Il sito di Ticketmaster che si schiantò sotto i bot, milioni di fan lasciati a mani vuote, i codici d'attesa che non venivano mai chiamati? Ecco, era un sintomo. Ora la diagnosi è ufficiale.
Ora la domanda è: si spezzano, o no?
Il giudice Arun Subramanian deciderà le sanzioni in un'udienza successiva. Sul tavolo c'è l'ipotesi più pesante: la separazione forzata tra Live Nation e Ticketmaster, che dal 2010 sono una cosa sola grazie a una fusione benedetta dal DoJ con un consent decree che evidentemente non ha decretato granché. Stephen Parker della National Independent Venue Association ha già chiesto che Live Nation non possa promuovere più del 50% dei tour, e che i soldi vadano ai venue indipendenti, ai promoter e ai fan spremuti negli ultimi quindici anni.
Live Nation, dal canto suo, ha fatto ricorso immediatamente. Dan Wall, dirigente del gruppo, ha detto ai giornalisti fuori dal tribunale: "Il gioco non è finito, c'è ancora tanto da giocare". Frase che tradotta dal corporate-americano suona come: ci vediamo in appello tra quattro anni, nel frattempo continuate a pagare 87 euro di fee su un biglietto da 45.
Perché dovrebbe fregarti anche se non sei americano
Perché il modello Live Nation-Ticketmaster non è un'esclusiva statunitense: è lo standard globale dei concerti. Se la sentenza regge in appello e scatta la separazione, il terremoto si sente ovunque — anche agli stadi italiani, anche al venue sotto casa tua dove il biglietto del tuo gruppo preferito costa come una bolletta del gas. Non è certo che i prezzi scendano, ma almeno tornerebbe un minimo di concorrenza. E dopo quindici anni di tariffe gonfiate mascherate da "service fees", sarebbe già una notizia.
La senatrice Amy Klobuchar ha festeggiato dicendo che la sentenza "conferma quello che fan, artisti e venue sapevano da anni". Verissimo. Il dettaglio imbarazzante è che ci sono voluti un processo di cinque settimane, 34 stati e un decennio di lamentele per mettere nero su bianco l'ovvio. Ma tant'è: meglio tardi che alla prossima reunion dei Rolling Stones, dove un biglietto in prato ormai costa come un fine settimana a Barcellona.

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