Diciamocelo: c'e' un modo giusto e uno sbagliato di dare una brutta notizia. E poi c'e' il Tg1 delle 13.30, che a quanto pare ha deciso di inventarne un terzo — metterla in fondo e sperare che non se ne accorga nessuno. Spoiler: se ne sono accorti tutti.
Il 6 agosto 2026 se n'e' andato Francesco Guccini, 86 anni, uno degli ultimi giganti della canzone d'autore italiana. Se ne e' andato a Pavana, sull'Appennino tosco-emiliano, in quella casa dove per anni ha accolto fan, amici e chiunque passasse a bere qualcosa e a farsi raccontare l'Italia. E l'Italia, quella vera, lui l'aveva raccontata parola per parola.

Chi era, per chi negli anni '60 non c'era
Per la Gen Z che lo conosce forse solo come "quello che citava sempre tuo padre in macchina": Guccini e' l'uomo che ha scritto "La locomotiva", la ballata di un macchinista anarchico che diventa inno collettivo; "L'avvelenata", l'invettiva piu' feroce mai scagliata contro critici e discografici (praticamente il primo dissing della storia italiana, ma in rima e con la fisarmonica); e poi "Auschwitz", "Via Paolo Fabbri 43", "Incontro". Nato a Modena, cresciuto a Bologna, ha scritto anche per i Nomadi ed e' stato per mezzo secolo il punto di riferimento di una certa Italia colta, di sinistra e da osteria. Negli ultimi anni aveva mollato il palco per i libri, sfornando gialli con Loriano Macchiavelli.
Insomma, non esattamente una comparsa. Una di quelle morti che i telegiornali di solito piazzano in apertura con tanto di special, lacrimuccia e archivio in bianco e nero. Di solito.
La scaletta della discordia
Perche' il Tg1, diretto da Gian Marco Chiocci, nell'edizione delle 13.30 ha deciso di fare diversamente: la morte di Guccini relegata all'ultima notizia, la classica chiusura leggera, quella dopo la cronaca, la politica e il meteo. Mentre praticamente ogni altra testata apriva con il lutto, il Tg ammiraglio del servizio pubblico lo ha trattato come il gattino salvato dall'albero.

E qui arriva la mazzata che ha fatto esplodere i social: appena tre settimane prima, l'11 luglio, per la morte di Peppino di Capri lo stesso Tg1 delle 13.30 aveva aperto l'edizione. Due grandi artisti italiani, due trattamenti opposti. Il che ha fatto sorgere spontanea la domanda che tutta Italia si e' fatta scrollando: e questa scelta editoriale in base a cosa, esattamente?
Il servizio pubblico e la memoria a intermittenza
Non serve essere complottisti per notare che Guccini — anarchico, antifascista, cantore della sinistra di movimento — non fosse esattamente la figura piu' comoda per certi palinsesti. Puo' darsi sia solo un caso, una svista, un timing sfortunato. Puo' darsi. Ma il bello del servizio pubblico e' che lo paghiamo tutti, e quando decide chi merita l'apertura e chi la coda, quella scelta parla piu' forte di mille comunicati.
La famiglia, intanto, ha annunciato funerali in forma privata, come voleva lui, con una cerimonia pubblica prevista a settembre per chi vorra' salutarlo. Guccini, che alla retorica dei coccodrilli tv non ha mai creduto, probabilmente avrebbe apprezzato l'ironia: ha passato la vita a cantare contro il potere e il conformismo, ed e' riuscito a farlo anche da morto, semplicemente finendo per ultimo in una scaletta. Un'ultima avvelenata, involontaria e perfetta.
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