C'e' un dato del nuovo Osservatorio del Politecnico di Milano che andrebbe stampato e appeso al frigo di ogni casa italiana: il 98% dei ragazzi tra i 15 e i 16 anni usa gia' l'intelligenza artificiale generativa. Non "ne ha sentito parlare". La usa. E scendendo con l'eta' la cosa non migliora di molto: il 70% dei bambini tra i 9 e i 10 anni ci ha gia' messo le mani, e piu' di un ragazzo su tre chatta abitualmente con un bot. Nel frattempo meta' degli under 13 e' gia' sui social, con buona pace dell'eta' minima che sulla carta esisterebbe pure.
Insomma: mentre il dibattito pubblico e' ancora fermo al "ma il telefonino ai bambini si' o no?", i bambini hanno gia' aperto la chat, fatto i compiti con l'AI e chiesto consigli sentimentali a un modello linguistico. Benvenuti nella Ricerca 2025-2026 "Digital for Kids & Teens", uno dei 60 filoni degli Osservatori Digital Innovation della School of Management del Politecnico.

La generazione che ha saltato il libretto di istruzioni
La cosa interessante e' che questi numeri non descrivono un futuro distopico da film Netflix, ma il salotto di casa vostra, adesso. Per la Gen Z che legge questo blog e' quasi tenero: noi ci sentivamo pionieri perche' scaricavamo canzoni a 56k, questi qui a nove anni si fanno riassumere le epopee di Dante da un chatbot. Il gap generazionale non e' piu' tra chi c'era prima di internet e chi no. E' tra chi ha imparato l'AI da grande, con diffidenza, e chi ci e' nato dentro come si nasce dentro una lingua.
E qui arriva il punto che a molti adulti fa storcere il naso: la ricerca dice chiaramente che i divieti, da soli, non funzionano. In Australia hanno provato con lo sbarramento sotto i 16 anni ai social, in Italia si discute di un divieto assoluto sotto i 13 e persino di vietare alle app di AI generativa di memorizzare le chat, per evitare che costruiscano rapporti continuativi con utenti minorenni. Idee legittime. Ma finche' restano tappi messi qua e la', l'acqua trova sempre il modo di passare.
I rischi ci sono, ma non sono l'unica meta' della storia
Nessuno qui fa il tecno-ottimista che minimizza. I pericoli l'Osservatorio li elenca senza sconti: cyberbullismo, disinformazione, dipendenza digitale, adescamento online e impatti sullo sviluppo cognitivo ed emotivo. Roba seria, non "ai miei tempi si giocava in cortile".
Il problema, dice il Politecnico, e' che il dibattito pubblico si concentra quasi solo su questi rischi, dimenticando che dall'altra parte c'e' anche un pezzo di innovazione vera. Le startup del settore, a livello internazionale, hanno raccolto circa 4 miliardi di dollari in cinque anni, e il 58% di quelle censite lavora nell'ambito educativo: tutoring intelligente, apprendimento personalizzato, generazione di contenuti didattici su misura. Non e' tutto brainrot e balletti, insomma.

"Fare sistema", ovvero la parola che nessuno vuole sentire
La ricetta dell'Osservatorio si riassume in due parole poco sexy ma sensate: fare sistema. Tradotto: le iniziative in Italia ci sono gia' — cittadinanza digitale nelle scuole, il "profilo adolescenti" per i 13-16enni sulle piattaforme, parental control, linee guida del Ministero sull'AI in classe — ma viaggiano ognuna per conto proprio, senza parlarsi.
Come dice Alessandro Perego, responsabile scientifico degli Osservatori, la sfida e' "misurare l'impatto delle iniziative, valorizzare le esperienze di successo, renderle accessibili e replicabili". La direttrice Fiorella Crespi aggiunge il tassello che le aziende faranno finta di non aver letto: progettazione adeguata all'eta', cybersecurity, protezione dei dati e trasparenza non sono un costo, sono l'unico modo per non farsi male (legalmente e reputazionalmente) tra qualche anno.
Morale della favola, versione cinica: possiamo continuare a fingere che basti spegnere il wi-fi a cena, oppure accettare che il digitale per i minori e' gia' la normalita' e provare, per una volta, a insegnarglielo prima che lo imparino male da soli. Che poi e' esattamente quello che non hanno fatto con noi. E guarda un po' come siamo venuti.
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