C'è quella frase che parte sempre uguale. "Guarda, io sono uno sincero." E tu già lo sai. Sai che dopo quel punto non arriva un complimento. Arriva una coltellata, ma incartata bene, col fiocco della buona fede sopra.
Perché la sincerità è diventata questo, un lasciapassare. Uno dice "io le cose le dico in faccia" e ci si sente pure fiero, come se sparare una cattiveria a voce alta fosse un atto di coraggio e non semplicemente maleducazione con l'ufficio stampa. La verità, a quello lì, non interessa davvero. Gli interessa il permesso. Perché "sono sincero" suona meglio di "avevo voglia di ferirti e mi serviva una scusa".
E la parte migliore è il tono. Quel tono un po' dispiaciuto, un po' te-lo-dico-per-il-tuo-bene. Come se ti stessero facendo un favore. Grazie eh. Ma la sincerità vera, di solito, non ha bisogno di annunciarsi. Non mette il cartello davanti. Arriva e basta, magari a bassa voce, magari quando serve e non quando fa comodo.
Poi certo, a volte uno è sincero e basta, senza secondi fini. Ma quelli lì, guarda caso, non te lo dicono mai prima.

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