Stasera, allo stadio Erasmo Iacovone, Taranto si mette il vestito buono. Sergio Mattarella pronuncia la formula ufficiale, Giorgia Meloni applaude in tribuna, Al Bano canta, i delfini di Magna Grecia nuotano nella coreografia e lo stadio è sold out. Si aprono i XX Giochi del Mediterraneo: 26 nazioni, oltre 4.000 atleti, 30 discipline, fino al 3 settembre. Il titolo dello show è «Il mito diventa futuro». Bellissimo. Poetico. E per una sera funziona pure.
Poi però, se abbassi il volume di Mietta che intona «Sott'u sole», senti l'altra colonna sonora della città: quella dell'ex Ilva. Perché Taranto non è una cartolina qualsiasi del Sud: è la città che da decenni convive con l'acciaieria più ingombrante d'Europa, tra diossina, quartieri operai e sentenze. Il «mito che diventa futuro» qui suona meno come uno slogan e più come una richiesta di rinvio.

Il futuro è adesso. L'acciaio a settembre.
Mattarella l'ha detto chiaro: serve un «impegno nazionale per Taranto», una città che ha affrontato «problemi drammatici» e che ora deve potersi «abbracciare il futuro». Traduzione: portare qui i Giochi è un modo per dire alla città che esiste, che conta, che non è solo una ciminiera con lo stadio accanto. Fin qui, giusto.
Il problema arriva con la seconda dichiarazione, quella di Meloni: sull'ex Ilva «a settembre convocheremo un tavolo», per valutare la manifestazione d'interesse di Federacciai. Tenere «un'importante capacità produttiva siderurgica», ha spiegato, resta un «obiettivo prioritario nazionale». Cioè: mentre lo stadio si accende, il dossier più pesante della città viene gentilmente spostato a dopo la festa. Tavolo a settembre, quando le telecamere avranno smontato le luci.
È il grande classico italiano: la coreografia arriva sempre prima della manutenzione. Costruiamo un nuovo Iacovone in tempi record per una cerimonia, ma sul destino di migliaia di lavoratori e di un'intera area urbana si ragiona «dopo». Non è cinismo nostro, è l'agenda ufficiale.

La diplomazia in tuta
Non è solo sport. Sugli spalti stasera ci sono sei capi di Stato (Albania, Macedonia del Nord, Libia, Libano, Algeria, Serbia) e i ministri dello sport di altri dieci Paesi, più il vicepresidente della Commissione europea Raffaele Fitto. In un Mediterraneo che di solito finisce nei telegiornali per naufragi, guerre e tensioni, mettere insieme europei, nordafricani e mediorientali attorno a una gara di padel e pattinaggio (entrambi al debutto) è una piccola magia geopolitica. Portabandiera azzurri: Filippo Tortu e Irma Testa.
Il messaggio è nobile davvero: inclusione, dialogo tra i popoli, pace. La Gen Z che guarda da casa lo sa: le cose belle e quelle scomode possono stare nello stesso stadio. Taranto stasera è entrambe. Un capolavoro di storytelling che balla sopra una ferita ancora aperta.
Quindi sì, godiamoci la cerimonia. Al Bano, i delfini, il record di atleti, la città che per una sera si sente protagonista e non problema. Se lo merita. Ma segniamoci la data sul calendario: settembre. Perché il mito diventa futuro solo se, spente le luci, qualcuno si presenta davvero a quel tavolo.
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