“Sto arrivando” è una frase meravigliosa perché non significa niente. È geografia emotiva. Può voler dire che sei davanti alla porta. Può voler dire che stai cercando le chiavi. Può voler dire che sei ancora in bagno e hai appena realizzato di avere un corpo, un indirizzo e delle responsabilità.
È il nostro modo elegante di dire: non sono lì, ma ho iniziato a sentirmi in colpa. Che poi è già quasi movimento. L’ascensore lo sa. Ti aspetta con quella luce da interrogatorio condominiale, porte chiuse, pulsante premuto, aria da “non fare il furbo con me”. Lui non crede agli esseri umani. Fa bene.
Forse tutta la civiltà si regge su questo piccolo falso sincronizzato. “Cinque minuti”, “sono sotto”, “ti richiamo”, “tranquillo”. Mattoncini di gomma con cui costruiamo giornate storte ma abitabili. Non è onestà, certo. È logistica con un po’ di teatro. E alla fine arriviamo davvero, quasi sempre. Solo leggermente meno pronti di quanto avevamo annunciato.

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