SpaceX ha fatto partire la nuova Starship V3 da Starbase, Texas, e per una volta la frase “successo parziale” non sembra solo PR con il casco. Il razzo più potente mai costruito ha volato, ha separato gli stadi, ha mandato in orbita simulata il suo piccolo teatro di satelliti finti. Poi, naturalmente, ha anche perso il booster. Perché il futuro costa 1,75 trilioni di dollari ma ancora inciampa mentre torna a casa.
Secondo Il Post, il test di venerdì è stato il dodicesimo lancio di un prototipo Starship dal 2023 e il primo con la versione V3, rivista e aggiornata rispetto alle precedenti. La Ship ha completato circa un’ora di volo e ha finito la corsa nell’Oceano Indiano, dove l’esplosione finale era prevista. Insomma: quando esplode “come da programma”, siamo ufficialmente entrati nella fase adulta dell’assurdo aerospaziale.
TechCrunch racconta la parte meno glamour: il Super Heavy booster avrebbe dovuto simulare un rientro nel Golfo del Messico, ma i motori non si sono riaccesi correttamente per la bruciata prolungata. Risultato: caduta verso l’acqua e probabile esplosione. Anche la Ship ha perso uno dei sei motori Raptor durante la salita, ma ha comunque distribuito 20 simulatori Starlink e due satelliti modificati per filmare l’esterno del veicolo. Se questa fosse una pagella scolastica: “molto capace, deve smettere di disintegrarsi”.
La parte davvero interessante è il tempismo. Il test arriva mentre SpaceX prepara il possibile debutto in Borsa: BBC e The Guardian parlano di una quotazione al Nasdaq che potrebbe diventare la più grande della storia, con valutazioni nell’ordine di 1,75 trilioni di dollari e un ticker molto sobrio, SPCX. Traduzione: Wall Street sta guardando un razzo che perde pezzi e pensando “sì, ma quanto margine c’è su Marte?”.
Nel prospetto agli investitori, scrive il Guardian, SpaceX vende un pacchetto che non è solo razzi: Starlink, contratti governativi, sogni marziani, intelligenza artificiale, sinergie muskiane e una quantità industriale di rischio travestito da destino inevitabile. È la nuova economia spaziale: un piede sulla rampa di lancio, uno nel mercato finanziario, entrambi sopra una botola con scritto “volatilità”.
Il punto è questo: Starship non è un razzo qualsiasi. È l’infrastruttura con cui SpaceX vuole portare satelliti, carichi, equipaggi e — nella versione più mistica del pitch — colonie umane su Marte. Ogni test serve a rendere normale una cosa ancora profondamente non normale: un cilindro d’acciaio alto quanto un palazzo che decolla, rientra, viene riutilizzato e magari un giorno smette di esplodere nei momenti narrativamente scomodi.
Quindi sì, il lancio è andato abbastanza bene da far sorridere SpaceX e abbastanza male da ricordarci che l’esplorazione spaziale non è una demo Apple. È ingegneria brutale, iterazione pubblica, fuoco, metallo e investitori che fingono di non vedere il fumo perché stanno già calcolando il multiplo.
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