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Società

Sotto i 16 niente social (ma un modo lo trovano)

Keir Starmer vieta i social agli under 16 nel Regno Unito, sulla scia dell'Australia. Peccato che in Australia 7 ragazzi su 10 abbiano gia' aggirato il divieto. Un gesto visibile e facile da raccontare, dicono gli esperti. Funziona meno di come lo si racconta.

Immagina di dire a un'intera generazione, quella che ha imparato a strisciare il dito su uno schermo prima che sulla sabbia, che da domani i social non sono più affar suo. Fino a 16 anni: fuori. È, in sintesi brutale, quello che ha annunciato lunedì il primo ministro britannico Keir Starmer, che ha deciso di vietare l'uso dei social media a tutti i minori di 16 anni nel Regno Unito.

Non è un'idea uscita dal nulla. Starmer sta semplicemente salendo su un carro che l'Australia guida da dicembre 2025, quando è diventata il primo Paese al mondo a mettere nero su bianco un divieto del genere. Da allora la lista di chi ci sta pensando si è allungata parecchio: Spagna, Francia, Norvegia, Turchia, Canada, Indonesia. Londra arriva ultima, ma con il piglio di chi vuole fare il primo della classe.

Uno smartphone con le icone delle principali app social
Snapchat, TikTok, YouTube, Instagram, Facebook, X: la lista nera del legislatore.

La parabola dell'alcol (e del contratto sociale)

Starmer non è ingenuo, o almeno fa finta di non esserlo. Sa benissimo che un quindicenne motivato è una forza della natura capace di aggirare qualsiasi paletto digitale. La sua difesa è un paragone che suona bene nei discorsi: «È come l'alcol», ha detto in sostanza. Il fatto che un adolescente trovi comunque il modo di procurarsi una birra non rende insensato vietarne la vendita ai minori.

Poi la frase a effetto, quella da incorniciare: «Le nostre leggi sono regole, ma sono anche un'espressione dei nostri valori» e «danno forma al contratto sociale». Tradotto dal politichese: non importa se funziona davvero, importa il messaggio. Un divieto totale, secondo il premier, è «chiaramente la scelta giusta», e serve anche a ricordare alle Big Tech chi comanda. O almeno chi vorrebbe comandare.

Le mani di alcuni ragazzini stringono uno smartphone
La generazione cresciuta col pollice sullo schermo è quella che si vuole disconnettere per decreto.

I numeri dell'Australia: spoiler, non torna

Qui però arriva la parte scomoda, quella che nei comunicati stampa si tende a saltare. Perché l'Australia, il modello, qualche dato l'ha già prodotto. Nelle prime settimane dopo l'entrata in vigore del divieto sono stati disattivati, rimossi o limitati circa 4,7 milioni di account, con altri 300mila caduti a inizio marzo. Su una popolazione di 27,7 milioni di abitanti, di cui circa 5,4 milioni under 16, sembrerebbe un successo.

Sembrerebbe. Perché lo stesso garante australiano ha ammesso che circa 7 ragazzi su 10 sotto i 16 anni hanno tenuto il loro profilo, se ne sono creati di nuovi o hanno semplicemente bypassato i sistemi di verifica dell'età. L'autorità ha aperto istruttorie contro cinque piattaforme, perché — sorpresa — il peso del controllo è tutto sulle spalle dei social, che hanno scoperto di non avere alcuna voglia di fare i buttafuori. Le multe arrivano fino a 49,5 milioni di dollari australiani, ma intanto i ragazzini sono ancora lì.

«Visibile e facile da raccontare»

A mettere il dito nella piaga ci pensa Marco Martorana, avvocato e docente di Diritto della Privacy, intervistato dal Fatto Quotidiano: il divieto è «la linea che piace ai governi, perché è visibile e facile da raccontare». Peccato che funzioni «meno bene di come la si racconti». Australia e Regno Unito, nota, scaricano tutto sulle piattaforme e tolgono ai genitori perfino la facoltà di autorizzare i figli. Altri Paesi, dalla Francia al Portogallo, fanno l'opposto. Insomma, non esiste un manuale: esiste un titolo di giornale.

Un bambino seduto a terra con lo zaino, assorto nello smartphone
Il problema vero — il tempo passato a testa china — resta. Il divieto sposta solo il punto in cui lo si guarda.

E l'Italia? Indovina

Da noi, com'è tradizione, c'è un disegno di legge che dorme. Il ddl n. 1136, presentato nel 2024 da pezzi sia di opposizione che di maggioranza, è ancora in fase di dibattito parlamentare. Il tema viene citato ogni tanto, con la stessa convinzione con cui si promette di rimettersi a dieta a settembre. Nel frattempo il Regno Unito stringe anche su verifica dell'età, algoritmi e immagini di nudo, mentre il resto d'Europa litiga sulla soglia giusta: 15 anni per la Slovenia, 16 per Spagna e Portogallo.

La verità scomoda è questa: vietare i social agli under 16 è un gesto che fa sentire tutti più tranquilli — i genitori, i politici, gli editorialisti — tranne forse i diretti interessati, che continueranno a fare quello che fanno da sempre. Cioè trovare la scorciatoia. Il problema non era mai il numero sulla carta d'identità: era un modello di business costruito per tenerti incollato allo schermo il più a lungo possibile. Ma quello, stranamente, nessun premier promette di vietarlo.


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